Sono entrati. Lo stop forzato in Egitto dei volontari dell'associazione Music for peace - Creativi della notte è durato un mese (anzi, un mese e un giorno per essere precisi), ed è terminato sabato 11 aprile con l'autorizzazione a entrare nei territori di Gaza attraversando il valico di Rafah. È possibile seguire in tempo reale gli sviluppi delle attività sul posto consultando il diario di bordo sul sito dell'associazione.
Si tratta di un primo, importante passo verso il compimento della missione di solidarietà, ma il cammino da percorrere è ancora lungo e incerto. Questo il racconto di Giuseppe Rizzo, uno dei volontari: «Abbiamo consegnato due container di medicinali a cinque diversi ospedali della zona, ma stiamo ancora attendendo il permesso per i generi alimentari». Un'autorizzazione che tarda ad arrivare, perché a causa di accordi fra le autorità israeliane ed egiziane non è possibile far passare cibo attraverso il confine. «Non ci aspettavamo una situazione simile: circa quindicimila tonnellate di prodotti di prima necessità sono bloccati da tempo a El Arish, a quaranta chilometri da Rafah, esposti al sole, alla pioggia e alle intemperie. Tutti destinati a essere buttati via. Per questa ragione alcune fra le associazioni, provenienti da vari Paesi del mondo, che si sono stanziate qui, hanno rinunciato e sono tornate indietro».
E una sorte analoga rischia di toccare anche ai quasi duemila pacchi famiglia raccolti dall'associazione genovese, per un totale di quaranta tonnellate di prodotti. Tutto per colpa del miele, denuncia Rizzo: «Le autorità israeliane ci hanno chiesto di togliere il miele da ogni pacco famiglia, con il pretesto che il miele egiziano non può circolare nei loro territori. Quando noi abbiamo spiegato che si tratta di miele italiano, con tanto di certificazione, hanno risposto che nessun tipo di miele può transitare sul territorio, senza specificare il motivo».
Nonostante i problemi, la prima vittoria dei volontari sta nelle reazioni della gente: «appena arrivati ci siamo fermati per mangiare, e le persone, appena capivano che siamo stranieri venuti per aiutare, si avvicinavano a noi e ci ringraziavano». I racconti che ascoltano sono tragici: «la gente qui ha la sensazione di vivere in una prigione: non possono uscire, e niente e nessuno può entrare. Ci sono difficoltà anche a far accedere personale medico, e durante i bombardamenti le ambulanze erano fra i bersagli più diffusi».
Ma le testimonianze più toccanti arrivano dai giovani: «alcuni ragazzi di 20-25 anni ci hanno detto 'Sai cosa significa voler dormire e non riuscirci, per il rumore delle bombe o il pianto dei bambini?', concludendo poi con un 'Però, dai, tutto passa'. Sono frasi che lasciano il segno, perché si capisce che questi ragazzi sanno che quella è la vita a cui sono destinati, e il loro unico desiderio per il futuro è la pace».
Perché quello che a prima vista impressiona i volontari, per la gente del posto è normalità: «Dormiamo in una stanza d'ospedale, dove i muri e le finestre sono forate dai proiettili. La medesima situazione la vediamo nelle strade: le case hanno i fori nei muri e le finestre rotte, e le automobili hanno i vetri distrutti. Ma non è possibile ricostruire nulla perchè, fra i generi bloccati dalle autorità, ci sono anche il vetro e il cemento».