Domenica scorsa, 5 aprile 2009, abbiamo fatto un salto a Parma, per respirare un po’ di sana aria verdiana. C’era Tosca, il capolavoro di Giacomo Puccini, e il Teatro Regio era esauritissimo in ogni ordine di posti. Abbiamo ascoltato la prima parte in platea, seduti comodamente in poltrona, ma poi, delusi dall’acustica, siamo corsi su in loggione, dove ci sono gli intenditori veri e il pubblico che fa la fila per comprarsi il biglietto; e possiamo assicurarvi che è un’esperienza, quella del loggione di Parma, che va fatta almeno una volta nella vita: urla, proteste, tifo da stadio, ovazioni all’indirizzo dei propri beniamini; non è un caso che ormai il Regio di Parma sia l’unico teatro in cui i cantanti hanno davvero paura di cantare: nel senso che i bravi non hanno quasi mai nulla da temere, ma per i raccomandati non c’è scampo.
Comunque, veniamo allo spettacolo, ideato da Alberto Fassini e Joseph Franconi Lee, che visivamente aveva nei suoi punti di forza il Te Deum del primo atto, semplicemente grandioso; per il resto, regia abbastanza tradizionale, e luci molto soffuse firmate da Guido Levi. I costumi e le scene concepiti da William Orlandi hanno fatto da cornice a una rappresentazione che musicalmente ha visto avvicendarsi sulla scena due protagonisti di livello assoluto.
Cominciamo da Micaela Carosi, che era impegnata nel ruolo di Tosca. Il soprano si è dimostrato a suo agio nella parte, avendo il giusto peso vocale per il ruolo e una tecnica solida (per non dire da manuale), che le consente di mantenere l’omogeneità dei suoni in tutta l’estensione, e di cantare le dinamiche volute con suoni sempre pieni e controllati; la Carosi ha inoltre perfetta padronanza sia nei piano che nei forte e la sua voce è, ovviamente, data la buona scuola, sempre libera e sonora. È quindi giustificato il riscontro molto positivo da parte del pubblico, culminato con la richiesta di bis, poi eseguito, di Vissi d’arte.
Marcelo Alvarez, il tenore argentino, ha già vestito più volte i panni di Mario, il pittore amante di Tosca. Alvarez ha confermato i pregi che ne fanno, ad opinione di chi scrive, il miglior tenore sulla scena mondiale. La vocalità è ancora all’apice ed ormai adatta ad un repertorio più pesante di quello che cantava 4-5 anni fa; anche nel suo caso la tecnica è pressoché impeccabile. In particolare Alvarez si distingue per la capacità di emettere suoni in pianissimo sempre pieni e appoggiati. È infine fortunato ad essere dotato di una timbro vocale che immediatamente lo distingue per bellezza dagli altri tenori. A tutto ciò egli unisce poi una presenza scenica e una capacità recitativa che caratterizzano il suo modo latino di cantare: cerca sempre la massima espressività, ogni tanto anche sacrificando la migliore pulizia della linea di canto, che comunque domina perfettamente: sa infatti anche porgere legati e scorrevolezza tipici del belcantista puro (come accade ad esempio nel duetto con Tosca nel primo atto). È stato lui il mattatore della serata, con tanto di bis di E lucevan le stelle.
Un po’ meno soddisfacente l’interpretazione del baritono Marco Vratogna nel ruolo di Scarpia: la voce infatti (di bella qualità) oscillava in maniera piuttosto notevole nel registro acuto; ciò è dovuto alla mancanza di perfetta libertà in gola, che è di solito correlata anche a una carenza nell’appoggio. Si notava inoltre, di conseguenza, che nel registro acuto, ed in particolare nelle frasi più incisive, la voce del baritono tendeva a schiarirsi un po’. Scenicamente Vratogna offriva una buona prova, e comunque la voce, a parte i difetti sopra constatati, risulta ricca di armonici e gradevole all’ascolto.
Non proprio all’altezza i comprimari. il Sagrestano interpretato da Matteo Peirone, non è vocalmente encomiabile; inoltre, in un ruolo che potrebbe concedere di più sul lato scenico, essendo fondamentalmente parte buffa, non regala movenze o accenti particolari (gli sbadigli nell’Angelus a inizio opera, e un atteggiamento generalmente rincoglionito sono un vecchio stratagemma, sempre efficace all’uopo). Tuttavia queste carenze sono forse imputabili a scelte registiche.
L’Angelotti di Alessandro Spina ha una voce non omogenea, poco libera, poco alta e poco appoggiata; per gli stessi motivi Spoletta/Mauro Buffoli è quasi inudibile (almeno dal loggione). Sarebbe bello affidare questi ruoli a giovani che devono ancora finire il perfezionamento, in modo che riescano a guadagnarsi da vivere e a continuare gli studi per il tempo necessario, senza doversi bruciare a inizio carriera affrontando subito prime parti per cui è anche richiesta una certa pratica di palcoscenico.
Su tutto pesa la direzione opaca, stanca, svogliata, scollata spesso e volentieri dal palcoscenico, di Massimo Zanetti. Il suono dell’orchestra parmense, che ci è capitato in passato di sentire ben più presente e partecipativo di quanto avviene in scena, ci è giunto questa volta smunto, lontano, quasi indifferente, e tecnicamente imperfetto.
Alla prossima!