Siamo fortemente condizionati dall'idea che per poter imparare si debba essere 'insegnati', che ogni apprendimento debba necessariamente passare per la spiegazione (dell'esperto), che la conoscenza possa essere soltanto trasmessa: è l'ammaestramento più profondo (implicito, subliminale) della scuola.
Ma è falso. Impariamo cose importanti e difficilissime anche da soli, prima della scuola, fuori dalla scuola e senza che nessuno ce le insegni: impariamo a camminare, a parlare, ad amare semplicemente (in realtà è cosa di formidabile e suggestiva complessità), interagendo con l'ambiente, che può essere, come è ovvio, più o meno propizio.
L'educazione alla pace funziona allo stesso modo: non può essere qualcosa da insegnare, una materia, appunto, aggiunta alle altre, magari nella solita scuola dell'individualismo e della competitività; è un processo di maturazione della coscienza che continuamente si confronta e si verifica dialetticamente con la realtà, con il proprio essere e il proprio agire.
Non si tratta soltanto di promuovere un aumento dell'impegno civile e del volontariato sociale (pur auspicabili), quanto di ripensare alle radici il fare quotidiano, i comportamenti dei docenti, le consuetudini organizzative, i contenuti e i metodi di insegnamento, gli stili relazionali, la gestione degli spazi.
Don Milani è riuscito a educare alla pace senza mai farne un argomento specifico. La discutibile pratica di immettere nella scuola lezioni di pace, ore di pace, disegni di pace, poesie di pace, di farne una nuova materia di studio, con propri manuali e orari assegnati, conferma la portata profetica del suo insegnamento, anche in tal senso.
L'educazione alla pace, come l'educazione ambientale, non si insegna, si fa.
I valori della non violenza si acquisiscono con l'educazione in ambienti dove siano effettivamente praticati, così come si imparano certe semplici competenze quali il nuotare o il servirsi di forchetta e coltello. Dice giustamente un vecchio adagio che non si può imparare a nuotare senza entrare nell'acqua. D'altra parte un bambino che dovesse imparare a mangiare con forchetta e coltello, magari studiando un manuale, infarcito di grafici indicanti l'angolo di inclinazione delle diverse dita, avrebbe ben poche chance di sopravvivenza.
Quelli che ti spiegano le tue idee senza fartele capire, oh yes. Enzo Jannacci