Emigrante involontario, Witold Gombrowicz, che nel 1939 partiva dalla Polonia e sbarcava a Buenos Aires, è lo scrittore che s’è fatto notare con gli artisti di punta di Varsavia: fra i suoi amici, parimenti misconosciuti, sono Witkiewicz e Schulz, destinati a segnare in seguito la storia letteraria d’Europa. Le sue opere comprendono allora i racconti di Bacacay, la commedia Ivona principessa di Borgogna e il romanzo Ferdydurke.
Così lontano dall’Europa e dalla Patria, lo scrittore intraprende un itinerario di autoformazione e di affermazione, in aperto contrasto col passato, in polemica aspra e insistita con i valori tradizionali. Ma la ricerca d’identità avviene con e nella Letteratura.
La lunga residenza sudamericana acuisce lo sradicamento dalle origini: tutta l’opera creata nel periodo, soprattutto narrativa e diaristica, rivela aspirazioni e necessità contrastanti, fra disprezzo e disperato amore. Oltre le tre opere teatrali, per cui forse l’autore è più noto in Italia (oltre a Ivona, Il matrimonio e Operetta), sono i suoi romanzi, i Diari e il Testamento, a dare la misura della sua arte, dei suoi approdi esistenziali e poetici. Sono libri pubblicati in Italia, in prima versione, negli anni Settanta; più recentemente, riproposti nella nuova edizione di tutta l’opera dell'autore polacco.
Con la pubblicazione del secondo volume del Diario 1959-1969 (trad. di Vera Verdiani, Milano, Feltrinelli 2008, pp. 444, 35 Eu) – il primo, Diario 1953-1958, era uscito nel 2004 - si dispone del percorso integrale a cui lo scrittore affida non soltanto i fatti salienti dei giorni in Argentina (poi a Berlino, Parigi e Vence), ma piuttosto i moti intimi, le ragioni dichiarate e gli sforzi nascosti, d’un progetto di ricostruzione globale di sé. In sedici anni accumula un migliaio di pagine (con mutamenti sensibili dalle prime del 1953 alle estreme del 1969, anno della morte), dedicate, secondo il curatore Francesco M. Cataluccio, a “chiarire se stesso, a promuoversi”, ma soprattutto tese a realizzare “una straordinaria composizione saggistico- letteraria” (p. VII).
Sono davvero affascinanti (o illuminanti i diversi aspetti dell’opera) le pagine in cui – con polemico sarcasmo, dolente ironia e icastica definizione di vizi e virtù altrui e propri – l’autore conversa col suo “doppio”, godendo spesso nel trarre in trappola il lettore.
Ambizioso nel confrontarsi ai massimi scrittori e intellettuali (da Montaigne a Nietsche, da Mann a Borges), Gombrowicz mira a difendersi passando all’attacco. Poiché sono ormai anni di riconoscimenti internazionali al suo lavoro (divulgato grazie alle edizioni polacche curate a Parigi), egli si permette sincerità provocatorie e urticanti. I giudizi sprezzanti colpiscono sia gli scrittori sudamericani, sia i critici polacchi dei quali lo indignano l’incomprensione e l’ostilità. “Non posso godermi né la mia superiorità né la vostra sconfitta. E questo, davvero, non ve lo posso perdonare” (p. 23). Mentre si compiace di “essere entrato nella letteratura di prepotenza, a forza di arroganza e sarcasmo. Sono un self made man della letteratura” (p. 74). Le accuse ai compatrioti si fanno più severe e circostanziate, quando sceglie di procedere “teatralmente”, come un regista che metta in scena il proprio dramma personale. L’esito più importante è il conseguimento ideale della Forma nella vita e nell’opera d’arte.
C’è un momento in cui lo scrittore studia e giudica il fenomeno artistico attraverso i grandi compositori musicisti. Ne nasce una sintesi sulla condizione dell’intellettuale del Novecento: “Costretti a disgustarci nelle nostre vere passioni e a inventarcene delle altre” (p. 84).
La sua conquista migliore è nel passaggio dalla Metafisica alla Fisica (I tentativi di un clown metafisico, s’intitola l’Introduzione al primo volume). “Diffido di un pensiero che prescinde dal sesso. […] Il mondo è scritto per due voci: la Gioventù completa la Pienezza con la Non Pienezza: è questa la sua geniale missione. Il tema di Pornografia” (p. 95). Uno stupendo intermezzo distingue il periodo 1963 (trascorso tra Parigi e Berlino), dove la narrazione trova sintetiche immagini e sentimenti sconvolgenti (p. 121); dove è rivissuta la rivelazione della “morte”, recatagli dalla lettera che gli prospetta il rientro in Europa. “Trafitto dal coltello di quella rivelazione, morii sul colpo – sì nel giro di un minuto il sangue mi abbandonò fino all’ultima goccia. Già assente. Già finito. Già pronto a partire” (p. 211).
Il finale registra l’intervento di protesta di Ungaretti, che reagisce al saggio su Dante (p. 387) e il precipitare della malattia che lo accompagna alla fine (p. 388).
In Appendice, i testi Contro i poeti (1951) e Sienkiewicz (1953).