La cosiddetta prima, il gran debutto per il quale la stessa produzione si è detta a più riprese ansiosa, avverrà a Genova il 5 dicembre 2008; venerdì sera, 21 novembre, intanto al British Film Institute, in occasione della 52esima edizione del London Film Festival, succede che il film scelto a inaugurare i festeggiamenti per i 40 anni della famosa rivista Time Out e 4 decadi di cinema britannico si chiami proprio Genova.
Un po’ per i motivi di interesse che la pellicola in sé suggerisce (come il ruolo insolitamente drammatico di Colin Firth), un po’ per il fatto che gli inglesi, pur con tutti i difetti, hanno di buono che sono generalmente molto curiosi, un po’ per il vento gelido che spazzava la riva sud del Tamigi, fatto è che la sala, quando le luci si spengono, è piena che di più non potrebbe.
Michael Winterbottom, il controverso regista di, tra gli altri, Benvenuti a Sarajevo, Un Cuore Grande e Road to Guantanamo, decide di spostare le impudiche luci dei suoi riflettori dal cinema di denuncia e, pur non abbandonando forza e incisività, costruisce per immagini una storia meravigliosamente privata, e proprio per questo un po’ di tutti.
Joe, un ispirato e sorprendente Colin Firth, è un inglese trapiantato a Chicago che dopo la morte della moglie decide di partire per andare a vivere a Genova con le sue due figlie. Questa la storia, in fin dei conti realizzata e compiuta già fin dai titoli di testa, scritti sui panorami della Genova afosa di inizio estate che li guarda arrivare; il taxi che percorre la soprelevata è già in scena dopo dieci minuti di film, come se la trama non potesse escludere la presenza di Genova per svolgersi, come se Winterbottom avesse fretta di portarci lì, perché questa famiglia possa imparare a riavvicinarsi attraverso i chiaroscuri dei vicoli della città vecchia.
La scelta di Genova come sfondo di questo film sta forse nel fatto che questa città non saprebbe, di suo, mai adattarsi ad essere un mero “set”. E infatti partecipa e recita, attrice protagonista, e grazie ai bravi attori non professionisti che affiancano Firth and Co., Genova non finge e mette in scena semplicemente se stessa.
Ci voleva il labirinto dei caruggi perché questo coraggioso padre di famiglia trovasse un'altra strada da indicare alle sue figlie; ci voleva la sensibilità di Winterbottom per non fare di Genova l’ennesima Cinecittà per l’esporto del sogno del bel paese all’estero, e soprattutto ci voleva la meditabonda e accigliata Genova per accogliere tra il silenzio dei vicoli la storia di questa famiglia così onestamente in cerca di sé e di un equilibrio, dopo il dolore di una morte per cui la figlia più piccola si sente colpevole.
Ci sono alcuni spunti che forse i veri genovesi coglieranno con orgoglio, come il padre intento a preparare una pasta con pesto e fagiolini nella nuova casa, o le vasche in motorino giù da Castelletto fino alla Nunziata, o le serate di quando da giovani si andava al porticciolo di Nervi con la compagnia; molti sono invece gli spunti che solo gli occhi affascinati e pieni di sorpresa di chi non conosce ancora questa città sanno cogliere, quelli che Genova magari non sanno neppure come si pronuncia, eppure vi si perdono senza giudizio e senza paura: lo sguardo di chi osserva con uguale meraviglia il panorama da cartolina e la rumenta per terra, i palazzi di via Garibaldi e le bagasce di Prè.
Per lo stesso motivo i personaggi non si muovono nella città cambiandola, svuotandola e riempiendola a comando come fosse un palcoscenico, come a Roma o in altre città magari più care alla settima arte a lungo è accaduto: Winterbottom ha invece donato a Genova la libertà di essere semplicemente quello che è, perché ha avuto la sensibilità di capire la Superba proprio così com’è.
In sala alla fine della proiezione arrivano anche Andrew Eaton, il produttore, e Laurence Coriat, che insieme al regista ha scritto il film. Raccontano di come la pellicola sia in parte ispirata a Moderato Cantabile di Margherite Duras in alcuni passaggi e nello svolgersi della vicenda in una città di porto, e ancora che il soggetto è stato scritto a Marsiglia per poi essere riscritto interamente a Genova, per riadattare la storia ai contorni della città.
Racconta Eaton di come fosse intrigante osservare Winterbottom e Firth, entrambi così gelidamente inglesi, ammorbidirsi e adattarsi ai ritmi della città, e corregge orgogliosamente l’intervistatore che sbagliava l’accento e diceva Genòva. Ricorda poi il produttore, con il sorriso, la promessa che ha avuto il piacere di mantenere alla troupe italiana che aveva lavorato al loro fianco: “Fai quello che vuoi con ‘sto film, ma non cambiare il titolo”.
Ma più di tutto Eaton racconta quanto sia lui che Michael Winterbottom fossero e siano tuttora innamorati di Genova, e adesso è proprio come se la domanda che era lecito chiedersi, quella taciuta finora, ossia “Perché proprio Genova?”, avesse trovato infine una risposta soddisfacente; perché sì.
Perché è bellissima.