Che il gioco sia in genere bandito dalla scuola è più una convinzione del senso comune che una realtà effettiva. Lo stimolo a giocare è talmente forte che per gli alunni tutto si può trasformare in gioco, anche leggere storpiando le parole o avanzare strampalate spiegazioni a qualche problema posto. Più vero è affermare che il gioco a scuola ha un’esistenza marginale (o illegale): quando si presenta viene contenuto, circoscritto o semplicemente respinto.
La riluttanza a trattare in forma ludica i contenuti dell’insegnamento tradisce una concezione della didattica ancora condizionata da foschi retaggi etico-pedagogici (oltreché la difficoltà dell’adulto a mettersi in gioco, rinunciando alle sicurezze fornite dal controllo e dall’abitudine).
Purtroppo non si è ancora estinta la genia dei docenti che considerano l’apprendimento soprattutto sacrificio, impegno estenuante, spasmodica applicazione, e magari diffidano della gioia, quasi che la maledizione divina propiziataci dall’incauto Adamo riguardi in primo luogo l’istruzione: Con lavoro affannoso (lo studio) ricaverai da lei (la scuola) il tuo nutrimento (cognitivo); Essa ti produrrà spine e triboli (compiti, interrogazioni, esami…): col sudor di tua fronte mangerai il pane (della conoscenza) - La Bibbia, Genesi, 3,17.
Sono le sentinelle di una scuola imbarbarita dall’antica sfiducia nella natura dell’uomo e del bambino che si tratta piuttosto di emendare, correggere, che non di aiutare a realizzare con spontaneità.
Eppure la dimensione ludica è fondamentale nella vita degli animali più evoluti, dunque dell’essere umano che non a caso l'ha storicamente collocata nella sfera del rito e del mito, in quanto preziosa opportunità di ricerca, trasformazione, comunicazione. Non può essere considerata un'occupazione marginale, limitata ai ritagli di tempo (quelli che si dedicano alle occupazioni meno nobili), ma neppure riservata all'immaturità, e perciò indizio, qualora si prolungasse oltre il dovuto, di scarsa serietà.
Nel gioco è in gioco la possibilità di montare e di rimontare sequenze di comportamento, volte a conseguire destrezza nell’azione, come in un laboratorio in cui si possono riprodurre fenomeni complessi per osservarli a proprio agio e senza pericolo (Bruner).
Il gioco viene così a configurarsi come ambiente di apprendimento, tanto più funzionale proprio perché protetto, dato che le conseguenze delle azioni sono affievolite di molto rispetto alla realtà; minori sono i rischi e, conseguentemente, le frustrazioni. Inoltre la finzione, l'artificiosità del contesto, permette di azzardare comportamenti altrimenti impraticabili, di sperimentare soluzioni nuove, di percorrere audacemente strade inesplorate. Poter osare affrontando il rischio è importante in quanto componente essenziale della crescita.
Per tutto ciò la scuola non può continuare a bandire il gioco, nelle sue infinite forme (classiche, moderne, elettroniche…) dalla didattica: è una cosa troppo seria ed importante (l’attività più seria dell’infanzia, ha scritto Montagne), perché la si possa relegare nell’angusto spazio della ricreazione.
Erasmo trovava un modo efficace per difendersi dagli ultimi maestri di Scolastica: si addormentava sui banchi
Giuseppe Pontiggia