Sono passati appena tre mesi dalla conclusione della Spedizione Saxum nella Groenlandia orientale, nella baia di Angmagssalik, qualche decine di chilometri a sud del Circolo Polare Artico (lat. Nord 66° 33').
È stata una spedizione multidisciplinare, svolta nel quadro delle ricerche che il Progetto Carta dei Popoli Artici e l'associazione Perigeo svolgono in questa parte poco conosciuta del pianeta, in cui hanno lavorato insieme ricercatori provenienti da ogni parte d'Italia, ognuno nel proprio ambito di studio.
Durante la spedizione, è stato effettuato il campionamento genetico del villaggio di Isertoq, un piccolo villaggio Inuit di cacciatori (attualmente vi risiedono 102 individui, di cui 54 maschi e 48 femmine, distribuiti in 28 unità abitative), ai piedi della calotta polare, entrato in contatto con individui esterni alla proprio gruppo solo durante la seconda guerra mondiale, e del villaggio di Tinitequilaaq, un centinaio di abitanti isolati dagli iceberg nell'estremo nord del fiordo di Sermilik.
Sono state condotte ricerche sulla resistenza fisica in ambiente estremo, archeologiche sulle antiche abitazioni Inuit, ricerche antropologiche e pre-indagini speleologiche nei ghiacciai circostanti.
Ma un'attenzione particolare va focalizzata sugli alpinisti del team Ex-Plora Nunaat International che hanno salito una montagna, mai calpestata prima da piede umano, situata in un'area quasi del tutto sconosciuta del fiordo di Sermilik.
La particolarità di questa scalata non risiede tanto nell'aver salito una montagna inesplorata, fatto di per sé abbastanza normale per degli alpinisti di esplorazione, ma lo spirito con il quale questa salita è stata svolta.
Concettualmente, l'alpinismo si è sempre riconosciuto in due filosofie: quello della conquista, che tende a raggiungere la vetta ad ogni costo per affermare il proprio valore e il primato della propria nazione, o del proprio club alpinistico, e quello d'esplorazione, che riporta notizie della montagna e delle difficoltà incontrate.
Nel caso dell'alpinismo extraeuropeo, si tende anche a dare notizia, ma troppe volte in maniera assai generica, dell'ambiente in cui ci si è mossi (fauna, flora, umano), con la tendenza però a considerarlo più un'appendice della scalata che un elemento importante del viaggio.
Ex-Plora Nunaat ha invece salito questa lontana montagna groenlandese con l'intenzione di portare un messaggio di unione fra i popoli.
Infatti, nulla accomuna i popoli della terra più delle montagne, da sempre simbolo di elevazione spirituale e di ambizione umana a protendersi verso il divino.
Non a caso, in tutte le religioni le dimore delle divinità sono state poste in alto sulle cime, a diretto contatto con il cielo.
E così il team ha portato su di una vetta sconosciuta di questa parte ignota del mondo non il gesto trionfale di chi vi è giunto per la via più estrema, ma più semplicemente un sogno. O meglio, una pietra.
Una piccola pietra raccolta su un'altra montagna del Pianeta: un gesto simbolico e primordiale di unione e pace tra i popoli portato là dove la terra tocca il cielo.
Infatti nulla più della pietra, la terra nel suo senso più vasto, rende tutti gli uomini - indistintamente tutti - di qualsiasi colore abbiano la pelle, una famiglia.
La terra, infatti, tutti li alimenta con le sue coltivazioni, con le sue caverne è stata tetto durante le tempeste e fortezza a difesa dei predatori, la sua veduta è incoraggiante sogno per gli emigranti e speranza per i naufraghi. E questa salita, non esasperata, non estrema, di uomini che hanno percorso migliaia di chilometri per compierla, ma che potevano compierne ben altre più difficili a 100 chilometri da casa, ha un significato. Delle altre, per brevi giornate resterà solo il ricordo di un gesto, presto superato da uno nuovo, più folle ancora, che avrà breve vita anch'esso, in un folle rincorrersi e superarsi di effimeri primati.
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