L'horror è, insieme con la fantascienza, il genere con le possibilità di lettura metaforica più alte. Da sempre, nei suoi esiti migliori, costituisce una valvola di sfogo e di trasfigurazione delle tensioni sociali coeve e di tensioni antropologiche più o meno universali. Due esempi sempre citati al riguardo sono L'invasione degli ultracorpi (1956) e l'intera saga di Alien (1979), rispettivamente esito filmico delle fobie politiche (lo spauracchio del comunismo, ovvero la minaccia che viene dall'ester(n)o) e fisiologiche (il cancro e l'AIDS, ovvero la minaccia che cresce dentro di noi) di un paese e di un'epoca.
Nel nuovo millennio l'horror, dopo un decennio di relativa calma, è riasploso attraverso il lavoro di una serie di autori (nell'ambiente raccolti sotto il nome di Splat Pack, ovvero Rob Zombie, Alexander Aja, Darren Lynn Bousman, Eli Roth per citare i più famosi) che sono stati protagonisti più o meno consapevoli di un progressivo slittamento in avanti dei confini del mostrabile, attraverso titoli ormai celebri come la saga dei Saw, Hostel, Le colline hanno gli occhi e La casa dei mille corpi, a loro volta accomunabili sotto l'etichetta di torture porn.
La lettura sociologica del fenomeno non è difficile: questi film sono l'esito del gigantesco stato di fobia collettiva originatosi a partire dall'attentato alle Torri Gemelle e alimentato poi da una miscela devastante di rabbia e senso di colpa, reciprocamente nutriti dalle azioni terroristiche e dagli altrettanto intollerabili cedimenti morali dell'Occidente (Abhu Graib, Guantanamo). Questi ultimi persino più pericolosi per l'incoscio collettivo, perché all'origine di una crisi d'identità etica vicina alla schizofrenia di massa. Come sempre accade, il cinema registra e mette su pellicola.
Tutta questa presentazione sembra assolutamente necessaria per inquadrare un film come Martyrs, presentato ieri al Festival del Cinema di Roma (con atto di grande coraggio), che mette in pratica il punto all'escalation citata. Il film di Pascal Laugier (Saint Ange) è senza tema di smentita l'opera cinematografica più violenta mai girata (per lo meno escludendo provocazioni underground come i Guinea's Pig o August Underground). Ma non è questo il punto. Se guardiamo a film come Hostel o Saw parliamo di solito di "violenza grafica", ad intendere la messa in scena di atti di brutalità formalmente mutuati dal mondo del fumetto. La violenza grafica è un tipico crisma della post-modernità, e, nelle forme attualmente praticate, può considerarsi originata in terra d'oriente nelle tre decadi passate, per poi essere recuperata da Tarantino e dal suo cinema.
Questi tipo di violenza suscita, per lo meno nell'appassionato uso all'exploitation, più spesso la risata catartica che la repulsione, e con questo obiettivo è mostrata. La peculiarità di Martyrs, e finalmente arriviamo al punto, è che non c'è nulla di catartico nell'esibizione protratta della tortura fisica: lo spettatore non si sente liberato, bensì compresso. In questo senso la ragione profonda del film di Laugier è, in prima istanza, quella di obbligare l'osservatore a fare i conti con il proprio rapporto con la violenza filmata, non offrendogli alcuna via di fuga (e qui si potrebbe citare Funny games di Haneke, che persegue un obiettivo simile con strumenti esattamente opposti: l'ellissi invece dell'accumulo), e in secondo luogo quella di gettare uno sguardo "artefatto" ma serio sul nucleo oscuro della natura umana, origine di tutti i genocidi e le aberrazioni che abbiamo praticato e continuiamo a praticare. I rimandi visivi all'umanità sfigurata nei campi di concentramento o ai sistemi di tortura dei campi di detenzione (uguali in tutto il mondo, dall'America alla Cina) sono evidenti.
Potrebbe sembrare pretestuoso, ma, se vi volete fidare, non lo è. Martyrs è l'anello di congiunzione tra l'horror del nuovo millennio e i filmati documentari sulle brutalità perpetrate da fondamentalisti e regimi totalitari (penso a cose come S21 - La macchina di morte dei Khmer rossi o ai film del ciclo Men behind the sun, ma anche, più semplicemente, allo sgozzamento di Daniel Pearl su You Tube o alle foto di Abu Ghraib).
Volendo trovare dei precendenti nella fiction vengono in mente L'isola dell'ingiustizia, dramma carcerario con Gary Oldman e Kevin Bacon, o The passion di Mel Gibson, privato però degli intenti catechistici. Sicuramente non è un film per tutti. Anzi, a voler essere onesti, quasi per nessuno: se ci andate, andateci preparati.