Dopo gli anni di piombo, la Resistenza. Appena spente le polemiche politiche suscitate dallo sguardo lanciato da Uli Edel sulla genesi e le scorribande del terrorismo tedesco negli anni Settanta, la palla torna al centro. Ci pensano Michele Soavi e Michele Placido, rispettivamente regista e protagonista de Il sangue dei vinti, libero adattamento del celebre romanzo storico di Pansa del 2003 sulle colpe di cui si macchiarono alcune frange dei resistenti negli anni in cui il secondo conflitto mondiale terminava portandosi dietro gigantesche sacche di odio civile.
Alla proiezione del film, che si chiude su un concerto di fischi e applausi perfettamente equipartiti, segue un dibattito che coinvolge, assieme all'autore del libro, Maurizio Gasparri, Gavino Pezzotta, Miriam Mafai e lo stesso Placido. Le parole attorno a cui si accende la discussione sono due: "Guerra Civile". Il nocciolo della faccenda, e della polemica, è se sia possibile riferirsi con questo epiteto al massacro tra italiani che ricoprì di sangue la penisola fra il '43 e il '45 (e oltre), opponendo i fedeli al regime alle truppe partigiane. Dapprima secondo schieramenti che avevano un ordine e una struttura, poi, ai margini e oltre la fine ufficiale del conflitto, attraverso atti sanguinari di puro odio generati dalla terribili tensioni accumulate nel ventennio.
Gasparri si infuria: «Ora spero che si girerà Il sangue dei vinti 2, visto che in questo film, per quanto importante e coraggioso, mancano completamente i fatti di sangue compresi tra il '46 e il '47 e raccontati nel libro: infiniti omicidi di preti, farmacisti e altra gente comune che non aveva mai ucciso nessuno».
La temperatura in sala si alza. In alto, dalla galleria, piovono strali. Michele Placido si alza in piedi e libera la voce sventolando in aria l'indice: «Io è tutta la vita che voto a sinistra, e non accetto prediche da nessuno. La prima volta che ho preso in mano il libro ho provato fastidio e diffidenza come molti, perché quello che siamo abituati a studiare sui banchi di scuola è ben diverso. Ma poi ho indagato e la verità è che la nostra Repubblica ci ha sempre nascosto alcune cose. Questo è un film che farà bene a chi lo vedrà, perché affronta una domanda necessaria, ovvero perché gli italiani in un certo periodo della loro storia si trucidarono a vicenda senza pietà».
Pezzotta, dopo aver ascoltato molti interventi, oppone una cauta ma fiera "resistenza" al principio ideologico dell'opera: «Io ricordo l'olio di ricino fatto bere a mio nonno, ricordo le bastonate a mio zio perché non voleva partecipare alle iniziative del partito fascista, ricordo mia madre operaia tessile picchiata per aver organizzato una protesta in fabbrica, e ricordo mio padre morto a trent'anni in un campo di concentramento per aver rifiutato, dopo la lunghissima campagna in Russia, di schierarsi nelle file dell'esercito della Repubblica di Salò. Questo per ricordare che l'odio tremendo che è raccontato in questo film si originava da ragioni ben precise, che qui non sono espresse. E che se tutti i morti meritano pietà, non tutti sono però equiparabili».
E via così, di intervento in intervento, per scoprire tra l'altro, come era d'altra parte intuibile, quanto complicata sia stata la produzione del film, passata per molti rifiuti di registi e attori a partecipare al progetto, quasi il fatto in sé imprimesse sul curriculum personale un marchio di infamia.
Come sempre in questi casi diventa necessario scindere tra il peso cinematografico dell'opera e quello politico. Sul secondo tanto vale tacere, le dichiarazioni riportate sembrano sufficienti a rendersi conto una volta di più di quanto questo paese sia ancora ingolfato dagli strascichi di quello stesso odio intorno al quale il film s'origina e ruota. L'unica domanda che sembra avere senso farsi è quante generazioni ancora debbano avvicendarsi perché questo desolante patrimonio di rancori allacciati si consumi. È triste dire che per ora il traguardo non sembra vicino: ovunque si posi lo sguardo ci si incastra in sguardi rabbiosi, siano di generazioni che quelle vicende le hanno vissute o quanto meno sfiorate, siano di una gioventù nervosa e sbandata che impugna bandiere, manganelli o pietre per pura eredità di fanatismi vari.
Sul primo diremo invece che la sovrapposizione fra una trama gialla (estranea al libro) fiacca e pretestuosa, e un panorama storico riprodotto con una grossolanità da TV movie, non fanno un buon servizio a nessuno: né all'affamato di Storia, né all'esteta. Davvero poca roba.
Torno in sala per una commedia e lascio le furiose genti perdersi al passo, a graffiarsi le carni con pretesti postumi.