Festival del Film di Roma, meno uno. Si inizierà con la conferenza-lezione di Al Pacino, già da tempo esaurita. L'incipit di un omaggio all'attore e all'Actor's Studio, che si comporrà di una restrospettiva di tredici film, dal Padrino a Carlito's Way, da Scarface a Scent of a Woman.
Ieri intanto ho ritirato il mio accredito ottenendo la prima soddisfazione: le borse con il logo della manifestazione che ti regalano assieme al programma sono molto più belle rispetto a quelle veneziane. Per di più erano disponibili in tre colori: rosso (eccessivo), bianco (riduttivo) e nero (sobrio ed elegante). Vi lascio immaginare di che colore l'ho chiesta.
Non essendo ancora iniziato il Festival e visto che mica sto qui a pettinar le bambole, sono nel frattempo andato a vedere Wall-E, che sono certo i più avranno già visto, indotti dal bombardamento a tappeto di TV e giornali, gadget e cartellonistica stradale.
Ebbene, svesto l'animo del giornalista in trasferta e indosso quella del critico tignoso, per dirvi che.
È un po' come andare a una festa in cui tutti si stanno divertendo e dire che la musica fa schifo. Cui prodest?
È che la musica non mi convince proprio.
Elegia del vintage - tecnologico, cinematografico, sociale - che mette assieme moniti ambientalisti, romanticismo adolescenziale e umorismo slapstick, Wall-E è un fortino inespugnabile di ammiccamenti, citazioni e insegnamenti edificanti, ma senza pedanterie predicatorie. Ogni cosa è al suo posto, e c'è un posto per ogni cosa ci si possa aspettare. Che c'è allora che non va?
C'è che la gestione di gag, malinconie e scorci d'azione è centellinata con tanta precisione da essere inquietante. C'è che la formalizzazione enciclopedica di un concetto non è la sua pura, concreta espressione. C'è che la buon anima di Wall-E è così sfacciatamente esibita da scomparire in un oceano di pixel e in una punta di imbarazzo. C'è che trovarsi di fronte a un film che si veste di santità allertando sui rischi sociali e antropologici dell'omologazione, con i modi e i soldi di una multinazionale che - oggi - è diventata quanto di più omologante esista sul pianeta, è ridicolo. Peggio: è noioso, perché capita di continuo, e dappertutto. Varebbe la pena di ricordarsi la pipa di Magritte: questa NON è poesia.
Detto questo, domani il festival inizia.
Ad maiora.