Ahi, ahi, oggi è venerdì 17: la sfiga non ha certo bisogno di aspettare la concomitanza di date per saltarci addosso, tuttavia non mi sento di suggerirvi nessuna gita in zona, perché qualcosa potrebbe andare storto quassù, nella terra di Masche e Servan.
Siamo in territorio agropastorale, perciò la gente, che ha dipeso per secoli dall’andamento delle stagioni e dagli eventi occasionali, li ha quasi antropomorfizzati.
Esistevano veri e propri riti propiziatori contro gli eventi atmosferici: molte famiglie possedevano una pietra particolare dalla quale staccavano scaglie da lanciare in cielo per spaccare i chicchi di grandine al loro formarsi, altre per scongiurarli lanciavano in aria il pane; la mia vicina possiede un misterioso quadro, che mi ha mostrato una volta sola, con uno sfondo in seta ricamato a mano ed alcuni piccoli frammenti: sostiene siano reliquie di un santo (ma non sa quale) e le espone alla finestra in caso di grandine.
Quando pioveva soltanto, invece, gli anziani se la cavano con una litania: «sul sul sul porta fora el to culur la madona a le nel furn ca fa il pan per nusgnur chi lu sa e chi lu dis la madona è in paradis».
Ma le cose si facevano spesse se c’era il sospetto che in giro ci fosse una Masca, spirito maligno rigorosamente femmina (bell’esempio di emarginazione!), abile a spaventare il prossimo e ad assumere sembianze di animale: le si attribuivano tutti gli eventi negativi della vita quotidiana, dal rovesciarsi dei carri per strada all’andare a male del raccolto, ma anche le malformazioni di un neonato la cui mamma era stata magari guardata da lei o il fatto che, nel silenzio della notte sferzata solo dal vento, al pastore solitario uno dei suoi animali sembrasse parlare; per tramandare il suo potere bastava che stringesse la mano ad un’altra donna, quindi era davvero pericolosa.
In tutto il Piemonte si studiavano rimedi: per non far entrare le Masche in contatto con gli animali, si potevano arroventare le catene della stalla e batterle con un bastone; per tenerle fuori casa, la si poteva circondare con un filo di canapa filato da una ragazza vergine, che non avesse mai prima di allora preso un fuso in mano; per non far impazzire il burro, bastava farlo dal lunedì al giovedì, non il venerdì e il sabato, giorni di Sabba, aggiungendo un pizzico di sale: l’elenco è lungo e bizzarro, garantisco.
Ma le montagne erano popolate (erano?) di infinite altre entità soprannaturali, tra cui il Servan, o Servanot, folletto burlone, brutto, piccolo e coi piedi caprini, capace di entrare nelle case attraverso il camino, disturbare le bestie al pascolo o nelle stalle, far suonare le campane fuori orario, mettere in disordine le soffitte: non compiva grosse malefatte, ma la sua femmina poteva, se una mamma lasciava incustodito il neonato, rapirlo per invidia, lasciando nella culla, in cambio, il suo piccolo, molto più brutto: al suo piangere, però -giacché l’umana certo non avrebbe accudito volentieri quel racchio cucciolo di folletto- si sarebbe intenerita e avrebbe probabilmente acconsentito allo scambio, anche se non era certo il caso di fare l’esperimento.
Ora: per il fine settimana avrei voluto consigliarvi una gita al Museo del Vetro di Chiusa Pesio, che contiene bellissimi reperti della Regia Fabbrica di Vetri e Cristalli di Torino, la più importante industria vetraria del Regno di Sardegna fino al 1854, portata nel Cuneese nel 1759 da Carlo Emanuele III, ma… e se passa di lì una Masca e vi dà una spinta? Capite che oggi, soprattutto, né io né voi possiamo correre rischi!