5 luglio 2008
Guardo il calendario appeso alla parete di legno della casa sociale di Tinitequilaaq dove abbiamo fatto ritorno ieri sera, dopo otto giorni di isolamento trascorsi sul ghiacciaio di Ikasartivaq a compiere ricerche speleologiche e campionamenti.
Sono le nove di mattino, il sole è alto, anche se oggi è un po' velato, e la foschia che copre la calotta polare, là in fondo, segna l'inizio del maltempo, che da qualche giorno è stata annunciato e previsto abbastanza lungo e cattivo. Nuvole scure, pesanti, si stanno ammucchiano all'orizzonte.
È la prima volta dopo tanto tempo che ritorno alla dimensione del giorno scritto. È doloroso ritrovarsi impigliati nei numeri di un orologio digitale, modernissimo, e di aver perduto i lunghi momenti primitivi passati ad osservare i tappeti di muschio ed i licheni scossi dal vento.
La luce dello spirito si affievolisce, consapevole del tempo che trascorre.
Spinti da un vento freddo, iceberg e placche ghiacciate, le stesse che giorni fa sono discese verso il mare, risalgono verso la testata del Sermilik, dove in poche ore si andranno a saldare con gli altri iceberg a formare una barriera invalicabile. Le acque del fiordo oggi sono agitate, sbattono contro le rocce e generano un senso di inquietudine in chi le osserva.
Sono forse adunati qui tutti i fantasmi che si muovono per le acque del Sermilik, fiere e incorruttibili sentinelle dei labirinti di ghiaccio del Midgardgletscher? Forse che hanno capito la nostra intenzione di forzare il passaggio, ed ora stanno chiamando a raccolta tutte le forze della natura per impedircelo?
Nella casetta di legno colorato abbiamo da pochi minuti l'allegra compagnia di tutti i bimbi del villaggio. Arrivano mentre stiamo facendo colazione, e così offriamo i nostri biscotti e la nostra marmellata. Loro, disinibiti, sfacciatamente golosi, disarmanti nella loro semplicità come sanno esserlo solo i bambini, danno con normalità fondo a tutto il nostro cioccolato: “chocolate, chocolate”, chiedono in inglese. Ancora “chocolate”.
Eh sì, non conosciamo la loro lingua, ma sono abilissimi a farsi capire con i gesti.
Caramella? Come si dice? Non ha importanza, basta fare il gesto di scartare un oggetto piccolo, girando le dita in senso contrario l'una all'altra... E scompaiono in breve tutte le caramelle che ci rimangono.
Sono felici, gradiscono stare e giocare con noi, mostrare cosa sanno disegnare, mostrarci come trascorre la loro vita.
In questo piccolo paesino di pietre e licheni l'ospite gentile e non invadente diviene subito un amico gradito, e con lui si cerca di condividere la vita quotidiana.
E così, approfittando di questa disponibile amicizia che si è andata creando, chiediamo di aiutarci a far conoscere ai bambini di altre terre il loro mondo, disegnando i momenti e le storie della loro vita, lavoro che rappresenta una importante parte del nostro progetto qui ad Angmgassalik. Di questo si occupa il progetto interculturale AMICI PER IL MONDO, gestito e coordinato dall'associazione PERIGEO Onlus, che rientra nelle attività della CARTA DEI POPOLI ARTICI. Il progetto nasce dal desiderio di far dialogare tra loro bambini appartenenti a mondi e geografie differenti tramite il disegno, linguaggio dei bambini per eccellenza, che è il modo di espressione più spontaneo e più immediato.
Offriamo un foglio bianco a dei bambini e li invitiamo a riempirlo con il messaggio che prediligono. Questo messaggio verrà poi recapitato ad altri bambini, che, a loro volta, ne scriveranno un altro e così via.
In questi anni nel progetto sono state coinvolte diverse scuole e, al momento, partecipano al progetto bambini italiani, etiopi delle etnie Surma e Oromo, Inuit della Groenlandia Orientale e Nency della Siberia Occidentale.
I bambini sono molto colpiti dalla diversità dei modi di vita, degli ambienti, dei tratti somatici, della lingua. È stato strano, e difficile nello stesso tempo, ad esempio, spiegare ai bambini etiopi l’esistenza della neve, così come è sembrato curioso ai bambini groenlandesi l’uso dei bambini Surma di dipingersi il viso e il corpo.
Ma, in generale, la cosa che colpisce il bambino è sapere che c’è nel mondo qualche altro bambino che ancora prima di incontrarlo gli è amico, che in qualche modo si interessa a lui pur non conoscendo il suo nome e la sua identità.
Tutti disegnano il proprio mondo, quello che sognano, quello che si sentono di essere, ma soprattutto esprimono quello che vivono ogni giorno.
Principalmente si raccontano disegnando la propria casa, ed è incredibile vedere quanti tetti diversi riparano i bambini in tutto il mondo: di pietra, di paglia, di legno, di fango... poi ciascuno tende a riprodurre quello che vede al di fuori.
I bambini Inuit, ad esempio, spesso rappresentano la foca, o anche la caccia, che è una pratica millenaria nella loro cultura, così come quelli Siberiani, popolo di allevatori, si disegnano vicino alle renne, intorno alle quali ruota la loro vita.
I bambini italiani sono molto fantasiosi, spaziano dai giochi, ai mestieri, ai mezzi di trasporto, mentre quelli etiopi disegnano i loro abiti tradizionali, la scuola, i loro genitori nei momenti di ogni giorno.
Fra tutti, esiste un punto di unione: è la dimensione della quotidianità. Ed è questa l'aspirazione naturale, ancestrale, profonda, che si nota comune ad ogni vivente: il trascorrere di una vita tranquilla, circondati dalle cose care.
Adesso, chini sui loro fogli bianchi, i bambini di Tinitequilaaq tracciano righe, compunti e attenti. Silenziosi, colorano cambiando velocemente le matite colorate. Il rosso, il verde, l'azzurro intenso si mischiano al nero, al marrone. Segnano tratti forti, decisi, impetuosi e a volte arroganti, così come spesso lo sono i bimbi di tutto il mondo.
Si rubano le matite colorate, si bisticciano un po' per quel grigio, quel blu. Si spezzano le punte sotto i segni troppo calcati, le riaguzzano con un piccolo temperino che si passano velocemente fra di loro.
Il gioco è bello, divertente.
Ma d'un tratto mi accorgo che non giocano affatto...
... stanno insegnando, a noi, uomini venuti fra loro con uno stile di vita così lontano dal loro modo di pensare e di agire, quale è il segreto della loro felicità.
C'è un solo modo di aiutare le piccole popolazioni fragili del pianeta a superare l'impatto con il nostro mondo turistico, coloniale, aggressivo e ignorante. Ed è quello di avvicinarci alla loro cultura, apprenderla, far loro capire che veramente ci interessa e che intendiamo conoscerla per acquisirne i tesori che contiene.
Facendo capire che li vogliamo conoscere, che li stimiamo, diamo loro la fierezza della loro origine, delle loro tradizioni, e non li lasciamo avviliti davanti all'invadenza del nostro modo di vivere. Semplicemente, occorre fare con loro un equo scambio: i nostri oggetti, utili per sollevarsi dai disagi alimentari, in cambio delle loro culture, i loro sogni, le loro leggende.
Leggi anche
Groenlandia: il villaggio dei Cani Alfa
Groenlandia: nella base di Ikatek
Groenlandia: alla scoperta degli abissi
Groenlandia, viaggio alla fine del mondo
Groenlandia: i ghiacciai senza nome
Groenlandia: il sole a mezzanotte