Una barca di legno che attraversa il fiume lentamente. A bordo c’è un gruppo di persone che non stacca i binocoli dagli occhi, rivolti verso la foresta: tra gli alberi e in acqua altrettanti indios osservano i visitatori. Il loro sguardo non è minaccioso, e quando alcuni di loro lanciano le frecce non è per colpirli.
Inizia così La terra degli uomini rossi – Birdwatchers, il film che Marco Bechis ha presentato alla Mostra del Cinema di Venezia appena trascorsa. E deve essere successa la stessa cosa a lui quando, nel 2004, ha raggiunto l’Amazzonia per la prima volta: «camminavo su quello che in passato doveva essere stato un campo di soia, e gli indio Guarani Kaiowà sono spuntati fuori dal nulla», racconta infatti, «imbracciavano archi e frecce, ma la loro espressione non era minacciosa. Semmai curiosa. In quel momento ho capito che il film che avevo in mente sarebbe divenuto realtà solo se fossi riuscito a fare di loro i protagonisti».
Gli indio vivono nelle riserve mentre i fazendeiro trascorrono le loro giornate tra un cocktail a bordo piscina e noiosi discorsi al cellulare. Dopo gli ennesimi suicidi di giovani indio ridotti in semi schiavitù, scatta la ribellione. Il saggio Nadio si mette a capo di un piccolo gruppo di Guarani Kaiowà, che si accampa ai confini di una proprietà e reclama la restituzione di quelle terre.
Due mondi, da sempre lontani, si incontrano e si scontrano. Così un giovane apprendista sciamano si avvicinerà alla giovane figlia del fazendeiro, mentre lo spaventapasseri incaricato di controllare gli indio (e interpretato da Claudio Santamaria) si unirà ad una giovane indigena, che saprà approfittare della situazione.
Ottocento interviste, tre mesi di seminari teatrali: così duecentotrenta Guarani Kaiowà sono diventati attori. «Sono aperti e curiosi, contrariamente a noi italiani che invece pensiamo che gli stranieri siano un pericolo», commenta Bechis. «Hanno capito subito che dietro al film c’era la loro storia. Gli indio di oggi sono i sopravvissuti al genocidio chiamato conquista dell'America Latina. Sono passati cinquecento anni».
Nel film spicca il carattere delle donne Guarani Kaiowà: spavalde e indipendenti. Insomma, tostissime. «Nel film ho semplicemente registrato quello che ho visto. Gli attori non hanno seguito un copione, ma il loro istinto».
Bechis racconta la violenza senza essere violento: «il cinema americano ci ha abituati a una violenza che si consuma nello stesso momento in cui viene mostrata. Io preferisco raccontarla indirettamente: lo spettatore deve immaginarla».
Nei film Hijos e Garage Olimpo il regista italo-cileno ha raccontato storie di violenza legate al suo paese d’origine: l’Argentina. Il dramma dei desaparecidos e della dittatura militare argentina lo hanno coinvolto in prima persona: nel 1977, a vent'anni, Bechis è stato sequestrato e detenuto per quattro mesi dai torturatori argentini in un carcere clandestino chiamato Club Atletico. È stato poi espulso dall'Argentina per motivi politici. «Ma aver vissuto in prima persona quella tragedia non ha influenzato la mia indagine, che è stata come sempre molto accurata. Quei film non sono un’autobiografia: ho lavorato sulla storia dei personaggi più che sulla mia».
Dopo aver lasciato il suo paese, Bechis ha scelto di vivere a Milano. Ma il cinema italiano non gode di buona salute: «il mercato del sistema cinematografico in Italia si sta restringendo. La cultura è considerata superflua, quasi un optional, e oggi è al servizio della televisione».