Di solito quando si parla d’immigrazione s’inizia con una lunga premessa salmodiata: premetto che non sono razzista, che rispetto le altre culture, che capisco che si tratta di esuli, di perseguitati e di povera gente in cerca di una vita migliore etc etc. Che poi a ben vedere questa premessa non è che un mettere le mani avanti per evitare di essere preso in contropiede dall’accusa odiosa di razzismo. Bene, fatta anch’io la premessa arrivo al punto aggiungendo una postilla: la presenza contemporanea di culture così diverse in un territorio così ristretto e chiuso come il nostro, non può non generare malumori, critiche e reazioni anche negative. Fatto salvo il diritto di critica (e di mugugno), rimane il dato: è possibile una convivenza positiva, cioè non basata sull’indifferenza o peggio sulla sopportazione sempre al limite, ma che sviluppi invece uno scambio attivo, attraverso il quale le culture si compenetrino influenzandosi a vicenda e in definitiva crescano entrambe? È come ipotizzare l’esistenza dell’amor perfetto. Se puoi immaginarlo vuol dire che è reale per dirla alla Hugh Everett.
Volendo rimanere coi piedi per terra dobbiamo fare un altro discorso. Le vie della convivenza sono sostanzialmente tre: assimilazione totale, convivenza parallela, integrazione di lungo periodo. Il primo caso implica la rinuncia pressoché totale da parte dell’immigrato alle sue radici culturali. Lo strappo sarà tanto più doloroso quanto maggiore è la diversità culturale. Va anche detto che maggiore è la differenza culturale, minore sarà la possibilità di assimilazione e di conseguenza crescerà il rischio di creare enclavi isolate e sempre più radicali. Questo è il genere di convivenza predicata generalmente dalle destre, quando non invocano lo sterminio totale, e che vede l’immigrato esclusivamente come dato economico: braccia da lavoro low cost, che una volta esaurita la funzione lavorativa non devono creare nessun problema. Volevamo braccia, scriveva Max Frisch, sono arrivati uomini. Ecco appunto, attaccati alle braccia ci sono gli uomini, le persone, e le persone qualche casino lo combinano sempre.
E veniamo alla seconda via, la convivenza forzata. Che sia forzata non c’è dubbio visto che l’immigrato penetra in territori che appartenevano al nativo senza essere stato invitato. In certi quartieri come i centri storici di alcune città italiane ad esempio, questo ha portato alla convivenza di etnie diversissime tra loro. Cinesi, nordafricani, nigeriani, sudamericani e italiani che vivono gomito a gomito in un territorio di pochi chilometri quadrati ignorandosi. Ognuno si fa gli affari suoi, legali o illegali, fino a quando non succede qualcosa; uno sguardo sbagliato ad una ragazza, uno scippo o un furto, un atto di violenza particolarmente brutale. Quando scatta la reazione ci si accorge che dietro all’apparente convivenza c’era ostilità appena trattenuta e un pregiudizio pronto a trasformarsi in rabbia.
Tornando alle vie di integrazione, nel primo caso lo stato e le istituzioni svolgono un ruolo attivo imponendo ai nuovi arrivati i connotati della cultura ospitante ed esigendo l’adeguamento totale in cambio di ospitalità; il che implica la rinuncia immediata ed assoluta della cultura di provenienza come conseguenza di un rapporto di forza che vede soccombere il più debole. È la soluzione tipica degli stati autoritari, una specie di conversione forzata sotto la minaccia d’espulsione istantanea. Nel secondo caso, stato ed istituzioni sono latitanti e lasciano che sia il cittadino a sbrogliarsela nel perfetto stile lasser faire neoliberista.
Ed arriviamo alla terza via, che come tutte le terze vie promette miracoli, ma è anche la più complicata perché esige un ruolo intelligente ed attivo da parte di tutti: stato, istituzioni, cittadini ed immigrati. Si tratta di fare un discorso a due velocità; una specie di paso doble rivolto alla prima e alla seconda generazione d’immigrati. La prima affronta sacrifici e difficoltà immediate che devono essere gestite con leggi in grado di garantire sicurezza e certezze sia ai cittadini che a chi arriva. Gestione dei flussi migratori, identificazione di chi arriva, accoglienza ed informazione sulle nostre leggi, distribuzione sul territorio, amministrazione della legalità.
Ma il nocciolo vero della questione, il punto dove si perde o si vince la sfida è la seconda generazione e quelle che seguiranno. La partita la gioca in primo luogo la scuola, perché è lì che i figli degli immigrati si formano. È la scuola ad aprire o a chiudere la loro forma mentis, è la scuola che dà loro gli strumenti che gli consentiranno di confrontarsi con la loro cultura e la loro nuova identità. Quindi la scuola dovrà essere all’altezza del compito. Dovrà creare dei ponti dentro di loro e tra loro e noi. Per poter fare questo, stato ed istituzioni dovranno supportarla, arricchirla e motivarla. Non certo con il maestro factotum pagato una miseria, ma con un approccio avvolgente e aperto. Che i conservatori si rassegnino: tra qualche generazione o non saremo o saremo completamente diversi, forse addirittura migliori.