Navighiamo ora per le tranquille acque del fiordo di Sermiligaq fino alla sua testata, dove si gettano le due grandi lingue glaciali del Rasmussen e del Karale.
Passiamo, scivolando silenziosi, accanto ad icebergs giganteschi. Panorami selvaggi si aprono ai nostri sguardi; guglie aguzze, sulle cui cime si impigliano le nubi, salgono verso un cielo grigio, immobile, calmo di vento.
Il pensiero dello speleologo vola via, precipita in abissi vertiginosi e si perde in gallerie e labirinti dove i suoni echeggiano e si rincorrono giocando con i folletti e gli elfi dei ghiacci.
La realtà è un freddo profondo, annichilente, in questa piccola barca scoperta. 10°,15°sottozero.
Ogni tanto getto uno sguardo all'inuit che sta al timone. In piedi, impassibile, eretto contro il vento gelido che sferza a 40/50 Km/h. Non mostra un istante di cedimento.
Viaggiamo da due ore, oramai. Trenta, cinquanta, ottanta chilometri di costa e di ghiacciai, tutti perfettamente utili alla formazione delle grotte, scorrono davanti ai nostri occhi stupefatti.
È forse questo il paradiso degli speleologi dei ghiacci?
Una lingua glaciale che si getta in mare attira particolarmente il nostro interesse. La morfologia pare quella ideale per il formarsi delle grotte. È molto larga, forse due, tre chilometri, perfettamente pianeggiante. Il suo fronte, a vederla dal mare, non pare molto crepacciato. La vediamo risalire, sinuosa, in leggera pendenza, verso la calotta polare che si trova quattrocento chilometri più a nord.
Altre lingue glaciali confluiscono in essa, sbucando da un dedalo di montagne innevate.
Non ha un nome. È uno delle decine di ghiacciai che qui non hanno nome, perché non sono mai stati percorsi da piede umano.
Ci accostiamo alla destra della fronte, contro una costola di rocce, per fare una rapida prospezione di un giorno. Iniziamo a sbarcare facendo il passamano degli zaini.
D'improvviso uno schiocco spezza l'aria. Un attimo di silenzio, e questa volta un'esplosione, secca, più potente di un colpo di cannone, ci lascia sbigottiti.
Voltiamo lo sguardo, e realizziamo, allibiti, cosa sta accadendo.
Una enorme porzione di ghiacciaio, a non più di due-trecento metri da noi, si è staccata dalla fronte.
Ora ondeggia sospesa nell'aria, immobile, sradicata dal resto del proprio corpo.
Pare un essere vivo, che con stupore si osserva mentre si divide dal corpo della madre ed inizia ad assumere una forma ed una vita proprie.
Poi crolla d'improvviso, affonda nel mare cupo. Ma non ristà laggiù. Riemerge e si ribalta. Si rimmerge.
Nella profondità del fiordo acquista forza e si risolleva saltando letteralmente fuori dall'acqua, schiumeggiando e rigirandosi su di un fianco.
Ora che si accorge di essere nato, questo nuovo iceberg lancia al cielo il proprio grido di gioia. Il richiamo trae dalle profondità del mare un'onda enorme, che gli risponde e si solleva verso la costa dove siamo attraccati.
Il pericolo di perdere non solo i bagagli, ma soprattutto la vita, affogati in quest'acqua gelida, mortale, è alto.
Corriamo, spinti da un istinto di conservazione atavico, lo stesso che negli anni, lavorando nel buio delle grotte e all'interno dei ghiacciai ci ha consentito di preservare la vita da pericoli a volte mortali, trascinando i nostri sacchi e la nostra vita verso il posto più lontano e alto possibile.
«La barca!» grida qualcuno, credendo che l'inuit l'abbia abbandonata. Anch'essa fa parte della nostra sopravvivenza.
Ma prima che l'ondata raggiunga la barca fracassandola contro le rocce, l'inuit ha già indirizzato la prua verso il centro del fiordo. Migliaia di anni di evoluzione di una stirpe di uomini dei ghiacci hanno creato in lui il loro ultimo prodotto, un essere umano perfettamente adatto a vivere in questo ambiente di pericoli mortali.
Quando l'ondata si scaraventa contro la costa, spazzandola proprio nel punto dove eravamo sbarcati, la barca è già al largo, salva.
Risaliamo per qualche centinaio di metri il ghiacciaio, e lo troviamo come lo avevamo immaginato. Pianeggiate, scarso di crepacci. Ma un chilometro più sopra è coperto di neve. Un metro, due, tre metri? Quest'anno la neve è caduta più abbondante del solito, le temperature sono state più basse, e l'aria, nonostante sia primavera avanzata, è ancora fredda. Non si riesce a vedere traccia di scorrimenti superficiali, né di inghiottitoi, che pur ci devono essere. È un manto bianco, costante, senza increspature né rotture di pendio, perfettamente liscio. Se non avessimo visto il fronte, saremmo dubbiosi di camminare su un ghiacciaio, e non su di un nevaio.
Sono le undici di sera, il sole splende ancora alto.
Quattromila chilometri più a oriente sono le tre del mattino di domani, le nostre famiglie lontane sono addormentate in un sonno profondo. Ma non si guarda l'orologio qui sul Sermiligaq. Si lavora fino a quando le forze sono utili.
Poi ci si ferma a riposare, si monta la tenda, si scioglie la neve per bere, per reidratare i cibi liofilizzati, e ci si riposa qualche ora, il tempo necessario a riordinare le forze.
Qui, fra questi ghiacci eterni, lunghe, bellissime e interminabili giornate risarciscono gli uomini della breve durata della vita.