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La domanda da non fare mai a un critico

 
Non chiedetegli qual č il suo film preferito. Ecco un elenco delle risposte che potrebbe darvi. Mentre pensa che vorrebbe essere altrove...
 
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18 agosto 2008
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mentelocale di
Giorgio
Viaro
   
Il grande Lebowsky
'Dude' Lebowsky

Quando conosco qualcuno e gli racconto che lavoro faccio ottengo invariabilmente, in risposta, una domanda: «Ah sì? E qual'è il tuo film preferito?». In realtà non capita proprio tutte le volte. Per esempio può capitare che tra il mio outing e la domanda passino anche tre o quattro minuti di conversazione senza significato. Ma prima o poi, statene certi, arriva: «Qual'è il tuo film preferito?».

Ora. Io sono fermamente convinto che il mio interlocutore, in queste occasioni, non abbia idea dello stato di sgomento e frustrazione nel quale mi sta gettando. Ma il fatto resta.
Cercherò, una volta per tutte di far chiarezza sulla questione.

Chiedere a un critico, o anche a un semplice appassionato (purchè pluriennale e incallito), una preferenza cinefila assoluta, non è come chiedergli quale gusto di gelato ordina di solito (cioccomenta) o qual'è la capitale europea in cui va più volentieri in vacanza (Berlino). No. È piuttosto come chiedere a una persona che ha passato una vita sul mare quale sia il pesce più buono che abbia mai mangiato. Il singolo pesce intendo. Immagino che anche restringendo il campo alle sogliole, e supponendo che abbia frequentato un pugno di ristoranti di lusso, farebbe fatica a rispondere.

Quello che vorrei che capiste è che non funziona così.
Se chiedete a un critico cinematografico, uno vero, "cosa preferisce", la risposta più onesta che può darvi consiste nel citare una corrente, un periodo storico. «Adoro i polizieschi italiani degli anni '70». Oppure «Il cinema popolare americano degli anni '80 mi scalda sempre il cuore».
Altri potrebbero citarvi un autore in particolare. Ma, siamo seri, secondo voi è possibile stilare una graduatoria tra Fellini, Bergman, Kurosawa e, che ne so, Kubrick?
Infine, qualcuno, messo alle strette e vittima di un serio disagio intestinale, potrebbe tirar fuori un genere piuttosto che un altro: «Beh, ho sempre avuto una passione per i melodrammi in costume... Sa per caso dove posso trovare una toilette?».

In tutti i casi si tratterebbe di una semplificazione piuttosto grottesca. Il critico si inventa una risposta ma nella quiete del suo cuoricino di critico pensa alla desertificazione delle aree verdi del pianeta, all'ignoto spazio profondo e ai maccheroni al ragù che ha mangiato a pranzo. Il critico non ha singole preferenze. Anzi, le preferenze, come concetto, gli fanno abbastanza orrore, perchè chiunque può esprimerle. Il critico macina più di 300 film l'anno, film che provengono da ogni parte del mondo e di cui ciò che esce al cinema in Italia non supera un terzo. Il critico vede i film e dopo l'entusiasmo, la delusione o il disgusto iniziale, li colloca. Nel percorso dell'autore, in quello della cinematografia d'origine, in quello del genere e del sottogenere (ed eventualmente del "sotto-sottogenere": vi garantisco che si può andare avanti a lungo). Poi incrocia tutte queste "collocazioni". Alla fine prende una pastiglia per l'emicrania.

Insomma, se chiedete a un critico qual'è il suo film preferito, sappiate che qualsiasi cosa vi risponda, sta improvvisando. La conversazione può considerarsi interessante solo nel caso voi siate una ragazza con un seno molto grosso. In tal caso il critico cercherà di sorprendervi con un attimo di magica affinità: la sua risposta corrisponderà sempre al film che il critico pensa VOI preferiate. Non è inusuale ascoltare critici serissimi che di fronte a una scollatura affermano di adorare Dirty dancing, Ghost, Pretty Woman, Pomodori verdi fritti e Vi presento Joe Black. Io stesso ho perso il conto delle volte che l'ho fatto.

In conclusione. Vi prego. Piantatela. Piantatela di domandarmi qual'è il mio film preferito. Piantatela (tre volte). Non ha assolutamente alcun senso.
E poi ormai lo sanno tutti.
Il mio film preferito è Il grande Lebowsky.

 

 
 
 
 
 
 
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