Tra le disgrazie che puntualmente funestano le estati delle famiglie con figli in età scolare, ve n’è una, particolarmente penosa, della quale non si comprende la ragione e alla quale non c’è modo di sottrarsi.
È la iattura dei compiti per le vacanze.
Una contraddizione in termini giacché le vacanze sono tali, o dovrebbero esserlo, proprio perché liberano dagli affanni feriali.
Nessun’altra categoria di lavoratori (e quello scolastico è un lavoro molto impegnativo, talvolta alienante, e per giunta non retribuito) accetterebbe di prolungare nel tempo libero, e meno che mai di svolgere durante le ferie, compiti professionali imposti dal datore di lavoro (o padrone che dir si voglia).
È vero che molti insegnanti, soprattutto tra quelli che operano nella primaria, dedicano una parte consistente del loro tempo libero (e persino parte delle molte vacanze) alla autoformazione e all'approfondimento culturale, ma lo fanno per loro scelta, tanto più encomiabile proprio perché libera.
Sarebbe interessante annotare le reazioni della categoria se il Ministro o, peggio, un dirigente scolastico assegnasse loro compiti da svolgere obbligatoriamente durante le vacanze natalizie, pasquali o estive, riservandosi di controllarne l’esecuzione e valutarne gli esiti.
Ma è del tutto normale che ad una simile pretesa debbano assoggettarsi gli scolari: Perché si esercitino e non dimentichino tutto quello che hanno imparato.
Evidentemente si ritiene che gli apprendimenti avvenuti durante l'anno scolastico (soprattutto con lo studio domestico) siano davvero ben poco significativi, molto artificiosi, pressoché inconsistenti.
Così all'incubo feriale (Hai fatto i compiti?, …prima fai i compiti, non hai ancora fatto i compiti…) si aggiunge quello festivo.
Gli insegnanti fanno finta di credere che gli alunni amministrino razionalmente i compiti delle vacanze, e si affliggano con metodo, ripartendo con rigore matematico il lavoro complessivo nei tanti giorni a disposizione (formalmente destinati alle occupazioni più libere e gradite), in un edificante esercizio di quotidiana mortificazione. Ma sanno bene che non è così (salvo casi di grave disturbo della personalità).
Gli studenti più astuti, volitivi, capaci esauriscono nei primi giorni tutti i compiti assegnati, dedicandosi poi con sollievo al godimento della meritata vacanza.
I meno saggi, i più pigri, i più svogliati rinviano quotidianamente l'impegno, che in questo modo li assilla per tutta la durata delle agognate vacanze, riducendosi agli ultimi giorni, durante i quali si impegnano in un tour de force che difficilmente risparmia i familiari; quei genitori che li hanno tormentati durante tutto il periodo della vacanza (le urla e le suppliche che si intensificano con l'approssimarsi dell'inizio delle lezioni non risparmiano neppure le spiagge meno frequentate), tormentati a loro volta dalle magistrali ingiunzioni.
Però gli alunni, come i loro insegnanti, fanno finta che i compiti siano stati svolti diligentemente e con assiduità: uno splendido esempio (davvero formativo) di ipocrisia sociale.
Naturalmente per i più disgraziati la consueta reprimenda.
La scuola non nuoce a nessuno a condizione che più tardi impari qualcosa di utile.
(Anonimo)