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Puro masochismo, grande abnegazione, riflessi da pistolero del New Mexico. Il ciclista metropolitano è un animale raro, tanto indifeso quanto guizzante. Lo anima un senso di superiorità da eco-eroe accompagnato da un odio viscerale verso qualsiasi altro occupante dello spazio urbano, dai minacciosi Suv alle innocue ma ostruenti vecchiette con borse della spesa bilaterali. Vorrebbe tanto la legalizzazione delle lamerotanti stile Ben hur per aprirsi il passo tra la calca del sabato pomeriggio, un discreto ma efficace lanciarazzi dedicato ai furgoni e una catena di kryptonite antiladri.
Questa è la realtà in città come Genova, o Milano, consacrate al traffico imperituro. Ma ci sono casi in Europa - e anche in Italia, sebbene in realtà più piccole - di metropoli che hanno deciso di provarci a popolare le corsie di ciclisti per spopolarle un po' di macchine. In uno slogan: piú ascella meno smog. Città come Parigi (Vélib), Lione (Veló v), Barcellona (Bicing), Siviglia (Sevici), Vienna, con problemi di congestione non inferiori a quelli delle nostre grandi città hanno implementato un servizio di bike sharing.
Bike che? Mi spiego wikipedianamente: consiste nella messa a disposizione dei cittadini di una serie di biciclette di proprietà comunale, dislocate in diversi punti di parcheggio, che i cittadini (previa sottoscrizione di abbonamento) possono utilizzare con il vincolo di consegnarle alla fine dell'utilizzo presso uno dei vari punti di raccolta. Questo in soldoni il nocciolo del sistema, però le condizioni cambiano da città a città. Io ad esempio ho provato il Bicing a Barcellona e posso brevemente enumerare i pro e i contro.
Pro: bellissimo girare in bici per una città che ha le piste ciclabili, in assenza di esse ci si deve districare. Comodo, perché con una scheda (l'abbonamento costa 24 euro all'anno!) si prende la bici in un sacco di punti della città e la puoi lasciare nelle rastrelliere senza menate di parcheggio. La bici è abbastanza basica, ha tre marce e sembra piuttosto resistente, anche se non è certo da gite in montagna. Contro: se la si usa per piú di mezz'ora si inizia a pagare e non pochissimo (tipo 10 cents al minuto); il servizio ha gli stessi orari del metrò (bella cagata, così non può essere alternativo); le rastrelliere spesso sono piene e bisogna girare per trovarne altre; se vi si blocca male nella rastrelliera sono cazzi (chiamare al numero di servizio ed aspettare... tanto). Nonostante tutto, questo solo in un anno hanno registrato 120mila abbonamenti, al di lá di ogni aspettativa.
E in Italia? Sarebbe pensabile un sistema del genere in cittá come Genova o Milano? Beh, a Genova sinceramente per andare in bici ci vuole una bella dose di coraggio e le ruote quadrate visto l'enorme spiegamento di scalinate e creuze. Però potrebbe essere un esperimento interessante specie per quelle zone meno servite dagli autobus. Per Milano a quanto pare è allo studio un progetto simile a quello di Parigi, però le mie perplessità non sono poche: pur essendo in pianura la città è congestionata da pazzi, tre linee di metropolitana sono poche e le piste ciclabili sono quasi inesistenti. In realtà tutti motivi più che validi per farlo.
Il mio pessimismo di fondo, comunque, è che i tentativi di offrire un servizio del genere nelle grandi città italiane (Bari, La Spezia, Parma, Pescara, Terni, Treviso hanno già istituito qualcosa di simile) sia destinato a fallire per un motivo piú semplice: la mancanza di senso civico. Lo scenario più probabile sarebbe quello di rastrelliere dilaniate dalle cesoie, biciclette scassate (tanto non è mia) o ridipinte, servizio malgestito con estenuanti attese da call center e appalti dati a chi promette la qualità più infima. Insomma, la vittoria, come sempre, dell’arte di arrangiarsi e del particolarismo sulla condivisione e il senso del bene comune. Come sarei felice di essere smentito.
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