La scuola continua, nonostante il fervido impegno degli insegnanti migliori (uomini e, soprattutto, donne di ottima volontà, profonda sensibilità ed alto ingegno) a promuovere chi è avvantaggiato per reddito, cultura, latitudine, cure parentali, e respingere chi è già vittima della povertà, dell’ignoranza, del degrado sociale: non è capace di garantire pari opportunità (dare a tutti in parti eguali) e tanto meno di attuare efficaci interventi compensativi (dare di più a chi ha di meno); si realizza, piuttosto, l’assurdo di un servizio rivolto a chi ne ha meno necessità (e così più ne profitta): in altre parole si dà di più a chi ha di più.
Ma nemmeno ci si limita a dare di meno a chi è più bisognoso, giacché si aggrava la condizione (aggiungendo sofferenza a sofferenza) del disadattato, del caratteriale, del diverso, procurando ulteriori, peculiari frustrazioni ed iniziando ad una nuova forma di emarginazione, quella scolastica, appunto.
Scuola come luogo del dovere e della socializzazione forzata, - scrive Grazia Honneger Fresco - che privilegia le attività di apprendimento rispetto a quelle creative ed espressive; dove i prodotti (disegni, scritti, parole) sono usate anche 'contro di me' o per innalzare gerarchie; dove non c’è spazio per l’amicizia; dove anche il movimento e il gioco vengono imbrigliati in attività preordinate. È questa la scuola in cui lavoriamo? Davvero ci stiamo bene noi adulti per primi? Non sentiamo il peso della sottile, continua imposizione sui bambini tra i quali i perdenti soffrono maggiormente per non riuscire a stare al passo con gli altri? (Immagine tipicamente militaresca!).
Purtroppo non siamo in condizioni di smentire categoricamente Illich, a dispetto dei modelli organizzativi, delle tecniche di insegnamento, degli strumenti didattici, dei sistemi di qualità via via propugnati dai ricercatori e dagli esperti più accreditati (che solitamente screditano quelli precedentemente in auge), quando esprime il timore che l’obbligo della frequenza scolastica divenga un impedimento al diritto di apprendere; mentre le forme della comunicazione digitale e di altri circuiti alternativi a quelli tradizionalmente scolastici (Internet) appaiono sempre più simili alle trame, ai tessuti didattici dallo stesso vagheggiati per la capacità di trasformare ogni momento della vita in un'occasione di apprendimento, di partecipazione e di interessamento, attraverso un’interazione creativa e autonoma.
Prospettiva stimolante ed inquietante insieme che potrebbe, comunque, relegare la scuola in una posizione di sfondo, sempre più sfocata e marginale; lontana, nonostante, la mole elefantiaca della struttura, dal soggetto (sempre più in primo piano), lontana dalla vita.
Non insegnate ai bambini, ma coltivate voi stessi il cuore e la mente, stategli sempre vicini, date fiducia all'amore, il resto è niente.
Giorgio Gaber