La scuola-apparato vive della trasmissione culturale, dall’alto al basso: esiste una cultura codificata, posseduta, che si riversa mediante procedure burocratizzate, dunque sottratte al contributo costruttivo e creativo del discente.
Una cultura prettamente libresca, quella scolastica, indifferente ai problemi della vita, che fa di tutto perché i fatti personali, gli eventi contemporanei, gli accadimenti sociali non entrino a turbarla; come ben dice Giancarlo Cavinato. «Valori e relazioni tipiche del mondo esterno alla scuola non vi devono penetrare (…): dalla relazione d'amore, al gioco, al denaro, ad esempio, non devono costituire oggetti di lavoro e di scambio nella scuola, che deve costituire una "fortezza" di fronte alle aggressioni esterne. I "riti scolastici", l'organizzazione del tempo, dello spazio, la disciplina, le regole, la fiducia positiva nell'autorità, gli atteggiamenti corporei e i movimenti previsti scandiscono e accompagnano l'ingresso e la permanenza per una fase della vita di ognuno in un mondo diverso, a parte. L'attenzione dev'essere deviata dai mille accidenti quotidiani, esser posta sui momenti rituali e sulle consegne».
Perciò si considera cultura soltanto quella scolastica e si giudicano istruttivi soltanto gli apprendimenti formalizzati, come se i bambini che approdano alla scuola fossero sprovvisti di esperienze e competenze, e non potessero imparare altrove.
L’insegnamento ignora la miriade di opportunità frammentarie che si collocano all’esterno della scuola - spesso inseguite dalle famiglie quali simboli di status: le attività motorie (dallo sport alla danza), musicali (le lezioni per imparare a suonare uno strumento); lo scambio incessante di informazioni tra pari; i luoghi, fisici e virtuali, nei quali si formano e diffondono le culture "giovanili", insomma l’universo caotico, inesplorato e spesso volutamente rifiutato dagli adulti, del curricolo implicito di ciascuno.
La scuola dovrebbe invece darsi il compito di compiere una sintesi, di raccordare stimoli e suggestioni alle conoscenze, di insegnare ad organizzare le diverse informazioni, senza limitarsi ad assistere indifferente, quando non supponente od ostile, all’emergere di nuove culture, nuove forme di comunicazione, al sommarsi di vecchi e nuovi disagi, continuando ad apparire come il terreno cintato di un universo di specialisti gelosi del loro monopolio.
«Queste realtà – spiega Cavinato - parlano simultaneamente attraverso una pluralità di voci, di canali, di mezzi la cui conoscenza è una condizione dell’operare. Una nuova proposta pedagogica non può partire che da questo terreno».
Essere obbligati ad ingoiare non significa saper digerire.
Alessandro Bergonzoni