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Spettacoli
Antoine Bourseiller
La copertina del libro 'Sans relâche. Histoires d’une vie'
 

Antoine Bourseiller: un regista inquieto

 
Messaggi e ricordi di una vita vissuta su vari palcoscenici parigini. Gli incontri pił importanti: la Bardot, Brook, Genet, Günter Grass
 
   

     
Genova, 01 marzo 2008
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di Gianni Poli
   
I riflettori appena puntati su Patrice Chéreau (“mentelocale.it”, 5 gennaio 2008) - frattanto insignito del Premio Europa Teatro 2008 - si spostano su Antoine Bourseiller (Parigi, 1930), altra figura di spicco della regia teatrale contemporanea. Oggi il personaggio, giunto all’età d’una meritata pensione, si rinnova vitalmente e a confronto col passato artistico e umano, raccoglie i ricordi di una lunga esistenza “senza sosta”. L’andamento autobiografico del suo libro, Sans relâche. Histoires d’une vie (Arles, Actes Sud, 2008, pp. 260, 19,80 Eu) è rotto da continui salti di memoria, lungo diversi momenti d’una vicenda assidua, tesa a valori semplici ed insieme esaustivi d’una vocazione e di un bisogno radicali. Le figure, celebri o meno, che appaiono nella rievocazione di Bourseiller, Brigitte Bardot, Gérard Philipe, Jean-Louis Barrault, Maria Casarès, Peter Brook, Albert Camus, Jean Genet, Günter Grass – fra gli altri - costituiscono riscontri storici personali della sua carriera d’attore, direttore e metteur en scène.
Ad essi si affiancano sentimenti e divagazioni autobiografiche che il sostegno della fantasia arricchisce di senso postumo, a partire dalle impressioni giovanili. Teatri gestiti e spettacoli allestiti si inseguono, animandosi come nitide proiezioni su uno sfondo lontano, la cui importanza è filtrata da urgenze intime, più recenti traumi.

Così si torna allo Studio des Camps-Elysées (1965), al Centre Dramatique National di Marsiglia (1966-1975); al Théâtre Récamier; si partecipa alle stagioni di Orléans e di Nancy. E fra gli spettacoli, riprendono significato storicizzandosi, gli allestimenti di Le Vicaire di Hochhut, Dans la jungle des cités di Brecth, Phèdre di Racine, L’Echange di Claudel, Le Balcon di Genet, Oh! America! di Bourseiller.
La struttura discontinua, confonde i piani cronologici e si affida alla composizione per immagini che si fanno episodi autonomi del racconto; talvolta resoconto del moto dell’anima, con elementi di un giudizio esistenziale che investe i personaggi incontrati; con risalto a quelli più amati, i partners elettivi, i collaboratori esecutivi, le guide anche inconsapevoli su una strada che percorre il mondo.

Antoine Bourseiller, “borghese” parigino, narra di sé, d’una persona nella propria epoca, in cerca della pace dello spirito, insaziabile di bellezza ed energia vitale. L’uomo volge ai compagni di viaggio uno sguardo maliziosamente empatico, capace di pietà, con una curiosità mai spenta. Eventi sconvolgenti come la lunga malattia della moglie, l’attrice Chantal Darget, lasciano traccia in un eccellente ritratto: “È a quell’epoca – spiega alla figlia Marie, a cui il libro è dedicato – che ho la fortuna di incontrare colei che mi ha illuminato la vita […]. Ha belle lunghe braccia che la scena amplifica […]. Ha occhi grandi come quelli delle antiche cretesi, occhi cangianti, un misto di mandorla e nocciola…” (pp. 29-30).

Altri incontri folgoranti, come con la donna che gli diede un figlio e glielo negò ancor prima della nascita (p. 33); come con l’adolescente Layla, bagliore aurorale sbocciato su una vita al tramonto. La figlia resta oggi destinataria emblematica di queste memorie pubbliche, messaggi uniti da un respiro più calmo, non meno intenso e profondo dello slancio iniziale.
Un dono da tramandare, una solidarietà oltre il sangue che leghi davvero i simili umani con un’amicizia oltre il tempo.
 
 
 
 
 
 
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