Patrice Chéreau
Quando Patrice Chéreau fu "scoperto" come cineasta dal vasto pubblico, in occasione di La regina Margot (1994), di lui contava innanzi tutto la fama di regista teatrale dal precoce e multiforme ingegno. Più recentemente, quando tornò al teatro con Phèdre di Racine (2003), la sua presenza campeggiava come realizzatore di film quali Son frère, Intimacy e Gabrielle o di opere liriche quali Don Giovanni e Così fan tutte.
«Chéreau: un ragazzo che, ancora adolescente, s'appassiona al teatro e già d'allora impone un modo tutto suo di capirlo, costruirlo, vederlo. Teatro, opera, cinema, ovunque intervenga, ovunque entri, egli è sovrano». Questa la presentazione per la prima biografia, uscita a fine 2007 in Francia (Colette Godard, Patrice Chéreau un trajet, Monaco, Éditions du Rocher, 2007, pp. 288, 19,90 Eu). Il libro è importante perché, più che celebrare, documenta e descrive l'opera di un personaggio ormai distinto nell'arte dello spettacolo non soltanto francese. L'eredità del Novecento è tutta attraversata, riassunta e discussa nel suo lavoro coerente, intenso e folgorante. Così che ideali e passioni trovano riscontro in immagini e strutture di allestimenti che s'imprimono indelebili nella memoria.
Ora Colette Godard (giornalista di Le Monde dagli anni Settanta) compone la sua inchiesta ricostituendo clima e ispirazione; episodi e tecniche esemplari dell'artista lungo quarant'anni. Non soltanto un'intervista fedele e completa, ma un vero saggio di estetica basato sugli spettacoli al quale s'accosta (e nel quale s'intromette) la voce di Chéreau, commentatore di se stesso, oltre che della storia che l'autrice dipana nel ricordo lucido e motivato.
Si ripresentano così i momenti salienti del percorso: apprendistato concentrato e quasi ossessivo ai tempi del liceo, di un mestiere che esprime la parte più intima a confronto col proprio gruppo, aperto a contatti in espansione. Fittissimi subito i rapporti personali, i sodalizi avventurosi con Jean-Pierre Vincent, Roger Planchon, Paolo Grassi; quindi l'impegno decentrato a Sartrouville e quello italiano sotto i riflettori di Spoleto e di Milano.
Nascono intanto Fuente Ovejuna (1965), Les Soldats (1967), Richard II e Splendore e morte di Joaquin Murieta (1970), La finta serva (1971). Il rientro in Francia offre il vertice "incomparabile" di La dispute di Marivaux (1973-1976); l'allestimento di Der Ring di Wagner (1976-80) nella patria del musicista, con risonanza mondiale. Il legame istituzionale si trasferisce allora a Villeurbanne col T.N.P. di Planchon.
Il regista assume la direzione del Théâtre des Amandiers a Nanterre, luogo di progetti e prove, nonché momento irripetibile di fusione d'intenti.
Chéreau tocca una celebrità discussa, che stenta a rendere il livello qualitativo degli eventi, nella varietà vertiginosa delle iniziative e dei risultati. Una scuola per attori è intrapresa; le sue produzioni rendono classici i contemporanei, da Jean Genet a Bernard-Marie Koltès, da Edward Bond a Botho Strauss. Le parentesi di teatro lirico aprono collaborazioni avanti impensabili, nelle quali si tratta pur sempre per l'artista di "raccontare una storia", i cui elementi sono spesso angoscia, follia, crudeltà. «Subisco il fascino della violenza dei corpi, dell'uno contro l'altro», confessa (p. 224). Ed è il segno impresso dalla sua drammaturgia su qualsiasi opera o autore egli metta in scena.
Anche nel cinema ricorrono analogie e specificità, per cui il resoconto dell'autrice testimonia ancora un'inscindibile unità di impulsi e continuità di stile. Bellissime immagini regala la "piccola conclusione provvisoria", nella quale il regista rivendica l'ultima parola per negare un "mondo Chéreau" e contraddire la sensazione che può lasciare la lettura, sia pure critica, della sua biografia: «Avrei voglia soprattutto di superare questa lista di spettacoli, di films [...]. Davvero, io sarei questo signore irritante, angosciato e insoddisfatto? Non mi sento né febbrile né angosciato, lo sono stato, ma sono spesso felice [...]. È un mestiere, il mio, più semplice di quanto si creda [...]. Uno spettacolo vuol dire persone, nient'altro, esseri che vi accompagnano e che accompagnate: assomiglia alla vita umana» (pp. 274-76). Resta dunque il futuro l'attesa più pressante e mentre del passato rifiuta il monumento, nel presente cerca ragione e spinta a un lavoro che un'eterna creatività parrebbe garantire.
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