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Il critico e lo spettatore

 
Ovvero: storia di un rapporto difficile. Come superare il reciproco sospetto e sancire la pace? Difficile, non impossibile. Noi ci proviamo
 
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15 gennaio 2008
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mentelocale di
Giorgio
Viaro
   
Anton Ego
Anton Ego, il critico spietato di "Ratatouille"
Il critico e lo spettatore, generalmente, si guardano con diffidenza.

Il critico sospetta che lo spettatore sia più interessato al nome degli attori che a quello del regista o del direttore della fotografia.
Lo spettatore non sa bene in cosa consista il lavoro del direttore della fotografia, ma, d'altro canto, sospetta che il critico sia una persona con palesi deficit relazionali, che non tromba da un sacco di tempo e che quando va al cinema lo fa più che altro per sfogare la sua frustrazione.

Il critico, generalmente seduto molto vicino allo schermo, il più lontano possibile dagli adolescenti bercianti e dediti al consumo di pasti ipercalorici, predilige lo spettacolo delle tre di pomeriggio di un giorno feriale, quando le sale sono sgombre (nel migliore dei casi lui è l'unico presente) e quiete.
Lo spettatore, sfortunato lui, generalmente alle tre di pomeriggio di un giorno feriale studia o lavora, per cui si adatta a stiparsi in qualche multisala suburbana puzzolente e rumorosa, il sabato sera e la domenica pomeriggio, ma senza farsene un grosso cruccio: ritiene che al cinema si vada per rilassarsi, non per studiare.

Il critico non sopporta che si rumoreggi nemmeno durante i trailer che precedono la proiezione, figuriamoci quando partono i titoli di testa.
Lo spettatore si accorge che il film è iniziato solo perché qualcuno (di solito il critico) interrompe la sua conversazione con il vicino di poltrona con un soffio strozzato, l'indice davanti alla bocca e il volto paonazzo. A quel punto lo spettatore tace sconsolato e un po' sorpreso, e pensa che l'uomo che soffia abbia un pene piccolissimo.
Se il critico è donna, lo spettatore pensa invece che ad avere il pene piccolissimo sia il fidanzato.

Il critico, prima di assistere a un film tratto da un romanzo, legge il romanzo stesso, preferibilmente in lingua originale, due volte (per sicurezza). E puntualmente impreca poi contro le modifiche apportate da registi e sceneggiatori (il libro, in ogni caso - e con l'eccezione di Shining di Kubrick - è sempre superiore).
Lo spettatore pensa invece che ora che ha visto il film non dovrà accollarsi la seccatura di leggere il romanzo.

Il critico ritiene l'Italia un paese del Terzo Mondo (o peggio), poiché al cinema i film passano solo doppiati; disprezza la plebe che non parla almeno inglese (e francese), e si domanda perché mai non si imponga la programmazione in lingua originale con sottotitoli per legge.
Lo spettatore non si sogna nemmeno di andare a vedere un film sottotitolato e, se interpellato, solitamente adduce, con poche varianti, la seguente, ragionevole motivazione: "Se leggo i sottotitoli come cazzo faccio a guardare il film?".

Il critico, al cinema, ama dividersi tra due attività: l'amore spassionato per i "Maestri", meglio se sconosciuti, orientali, molto vecchi o morti; e il disprezzo per tutti i film sulla cui locandina compaiano parole come "Vaporidis", "Scamarcio" o la sequenza "Christian", "De" e "Sica".
Lo spettatore non si preoccupa troppo né della gente morta né di quella che abita molto a oriente, e al cinema ama dividersi tra due attività: parlare e mangiare. I più giovani aggiungono di solito anche la variante "parlare, mangiare e pomiciare". Tutto assieme.

Il critico e lo spettatore, insomma, non si stanno troppo simpatici. Ma in realtà sono tutte brave persone. Ed è per questo, per tutelare entrambe le categorie, che dalla prossima settimana analizzeremo alcuni dei film in uscita imponendoci lo strabismo che ci compete: un occhio da critico e uno da spettatore, ovvero due recensioni in una. Stay tuned, grandi novità sono in arrivo...
 
 
 
 
 
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