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Spettacoli

All'Arena di Verona a lume di Candela

 
Il rito estivo per eccellenza per chi ama l'opera. In scena un'incerta 'Aida' di Daniel Oren e 'Il barbiere di Siviglia' con l'ottimo Meli
 
   

     
Verona, 21 agosto 2007
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di Andrea Ottonello
   
Barbiere di Siviglia - Arena Verona, Hugo de Ana
Sulla sinistra, Leo Nucci/Figaro (in rosso e blu). A destra Francesco Meli/Almaviva
 
Su Daniel Oren leggi anche:

> Cinquecento volte Aida
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Andare all'Arena di Verona è sempre un'emozione: quando all'ingresso ti regalano una candelina, se sei un novellino lì per lì non ti rendi conto del perché. Ma poi, quando vedi gli accendini passare di mano in mano, cominci a capire quello che la tradizione suggerisce: mentre in cielo compaiono le prime stelle, gli spettatori festeggiano lo spettacolo che va ad incominciare illuminando di tante piccole luci tutta l'Arena. È uno spettacolo bellissimo, e i flash si sprecano.

Noi quest'anno siamo andati a sentire l'immancabile Aida - sulla quale però ci soffermeremo poco, perché ha destato qualche perplessità. Diremmo solo che Daniel Oren, che tanti problemi sta creando a Genova da quando è arrivato al Carlo Felice, è un grandissimo musicista, come si era dimostrato in occasione della Forza del destino, e ha mandato in visibilio gli spettatori, trascinando coro e orchestra tra una marcia trionfale e l'altra.

Ci piace parlare invece del Barbiere di Siviglia, che abbiamo visto la sera del 14 agosto. E ancora una volta vi raccontiamo di un tenore genovese 27enne, Francesco Meli, stavolta nei panni del Conte d'Almaviva, che apre la commedia di Beaumarchais cantando una serenata sotto le finestre di Rosina. È impossibile resistergli: ha una voce limpida, piena, che raggiunge ogni anfratto dell'Arena. Canta in maniera intelligente (cosa rarissima), con un gusto squisitamente italiano. Molti ne parlano e ne scrivono ancora come di una "giovane promessa", ma accidenti ormai Meli calca i maggiori palcoscenici del mondo.
Qualcuno lo ricorderà certamente a Genova nel Don Pasquale, nel gennaio scorso; in primavera è stato il protagonista dell'Elisir d'amore a Torino, dove a ottobre canterà in Falstaff per l'inaugurazione della stagione.
Tornando a Verona, c'è da dire che subito dopo la serenata ha fatto la sua comparsa sul palcoscenico, dominandolo da quel momento fino alla fine dello spettacolo, il grande Leo Nucci, Figaro, il barbiere. La sua è una voce che non mostra miracolosamente i segni del tempo, fatto straordinario per uno che di anni ne ha quasi 70 e continua indefesso a cantare in tutto il mondo, raccogliendo un trionfo dopo l'altro. Largo al factotum è stata bissata a furor di popolo, e alla fine le ovazioni si sono sprecate.
Meno interessante la Rosina di Annick Massis, scialba, ben poco grintosa rispetto a quel che richiede il personaggio. Ben calati nel ruolo, senza infamia né lode, il buffo Don Bartolo (Bruno de Simone) e il maestro di musica, Don Basilio (Orlin Anastassov).
Scolastica, spenta, insipida, ai limiti dell'accettabile, la direzione di Claudio Scimone, che era e resta un musicista raffinatissimo, ma forse per lui, a differenza di Leo Nucci, l'età della pensione è già arrivata.

Infine, plauso unanime a Hugo de Ana, geniale uomo di teatro, che ha inventato per questo Barbiere - di cui curava regia, scene e costumi - un palcoscenico rotante fitto di siepi e cespugli, in cui spuntano, anzi svettano, rose rosse giganti.
Per chi si fosse incuriosito, le recite continuano fino al 1° settembre, e c'è ancora posto.
 
 
 
 
 
 
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