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Cultura
Il lancio del nano - Armando Massarenti
La copertina di 'Il lancio del nano' di Armando Massarenti
 

Lancio del nano e altri sport filosofici

 
Il libro di Massarenti tra i dilemmi del pensiero e vita quotidiana. Lo spettacolo teatrale al Festival della Scienza. L'1 e il 2 novembre
 
   

     
10 agosto 2007
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di
Daniele
Miggino
   
Se buttare in aria un nano (ancorché munito di casco) in una sorta di lancio del peso umano, non provoca in voi l'ombra di un dubbio, neanche un pensierino, passate al prossimo libro. Dallo strano sport australiano prende infatti spunto un volume intitolato Il lancio del nano e altri esercizi di filosofia minima (Guanda), tratto dalla rubrica che Armando Massarenti tiene sul supplemento Domenica del Sole 24 Ore. Il filosofo e giornalista riflette sui principali problemi della vita, a cominciare dal suo senso, partendo da cose semplici - una coda alle poste, la macchinetta del caffè, il dilemma se smettere o no di fumare, un incontro per strada - e mescolandole con il pensiero dei filosofi della tradizione occidentale, ma anche con film di Totò, barzellette di Tognazzi, casi di attualità, libri, le freddure di Woody Allen. Non fraintendete, il libro è serissimo, solo affronta la filosofia con ironia, un po' di umorismo, e una buona, sana, dose di scetticismo. È uscito nel settembre 2006, ed è piaciuto molto alla Sfi (Società Filosofica Italiana), tanto che ha voluto farne un progetto educativo. Il lancio del nano viene già utilizzato in varie scuole superiori, medie e persino qualche elementare italiana, per far abboccare gli alunni che non ne vogliono saper di Kant e i suoi fratelli filosofi. Il volume si è anche aggiudicato il Premio Filosofico Castiglioncello 2007.

Ci racconti questa storia del nano?
«È una pratica che si svolge nei pub australiani, un vero e proprio sport. Ma è anche una metafora azzeccata del senso della rubrica e del libro: porsi domande, riflettere, smontare questioni e rimontarle. Umberto Eco, che ha presentato il volume, con il suo solito umorismo ha definito gli articoli a loro volta dei "nani" da lanciare nei meandri del pensiero. Riguardo al gioco, subito si pensa: sarà legittimo lanciare un nano? Il Consiglio di Stato francese, infatti, ha proibito la pratica sul proprio territorio. Ma a pensarci bene quella legge discrimina i nani. Avrebbero vietato allo stesso modo uno sport in cui si lanciano uomini normali? Tanto più che i nani sono consenzienti. Da fatti come questo si arriva ad affrontare i grandi temi della filosofia: la conoscenza, la libertà, il libero arbitrio, le questioni teologiche, bioetiche».

Cosa possono imparare i ragazzi, giovani alunni delle elementari, dalla filosofia?
«Ad abituarsi alla pratica filosofica, ovvero alla capacità di argomentare un pensiero, e soprattutto a pensare con la propria testa. È una cosa sempre più rara, persino in ambito accademico, dove lo studio è molto specialistico, incentrato sull'analisi di testi complessi, antichi».

Non si rischia di semplificare eccessivamente?
«In Università è bene che si mantenga una certa complessità nella ricerca. Ma spesso i filosofi sono verbosi, complicano artificiosamente i problemi. Per parlare alle persone è meglio la poetica della brevità, che non vuol dire semplificare. Anzi, cercare di rispondere a domande molto complesse in breve è molto più difficile».

È difficile trovare gli argomenti? Come li scegli?
«C'è l'imbarazzo della scelta. Ogni giorno, ogni occasione è uno spunto. Il difficile è sistemare un'idea, argomentarla e farne un articolo sensato».

Ti definisci liberale e libertario. Chi sono i tuoi maestri e come si traduce nella vita di tutti i giorni?
«I maestri sono i classici del liberalismo: tra gli altri John Stuart Mill, Isaiah Berlin. Mi ispiro anche ad alcuni autori della corrente anarco-capitalista americana, non tanto nei principi, ma nel modo di porre le questioni. Essere liberali oggi è una rarità: spesso chi si dichiara liberale in campo non lo è in un altro, magari lo è in campo economico, ma non nei costumi. In Italia questa cultura è sempre mancata».

Ci sono alcuni passaggi del libro in cui il giudizio sull'etica in Italia sembra disilluso. È così?
«In uno di questi cito Leopardi, i Discorso sopra lo stato presente dei costumi in Italia, dove dice che "L'Italia è, in ordine alla morale, più sprovveduta di fondamenti che forse alcun'altra nazione europea e civile". Diciamo che alcuni caratteri - una certa laconicità, cinismo, la sensazione che ci sia sempre una via d'uscita - si vedono ancora negli italiani».

È di questi giorni il caso di un eroe italiano dei nostri tempi, che pare non abbia pagato tasse per vari milioni di euro
«Già, e c'è tanta gente che lo difende. Perché? Solo perché ha successo?».

Il senso civico dei furbi e dei fessi, Il senso morale (universale) a portata di Google, Perché Ratzinger non è fondamentalista, Einstein pacifista guerrafondaio. Sono solo alcuni dei temi trattati nel libro, una raccolta seria e divertente allo stesso tempo. Che volete di più?
 
 
 
 
 
 
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