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Cultura

Baci e abbracci, Claudia

 
Arbore dice che la Tv di oggi è per buona parte inguardabile. Se lo dice lui ci si può credere. Tra globalizzazione e dominio dei format
 
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Genova, 26 giugno 2007
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di Claudia Priano
   
Renzo Arbore
Renzo Arbore
L'altro giorno ero a casa. Subito dopo il telegiornale dell'ora di pranzo, quello su Raidue, guardavo Costume e Società. C'era il buon Renzo Arbore che festeggiava il compleanno. Auguri!
È nato a Foggia nel 1937. Quindi sono settanta. Complimenti, perché se li porta bene, bella testa il signor Arbore. Durante l'intervista ha esordito dicendo che, visto che ora ha raggiunto un'età in cui si può dire tutto o quasi, aveva voglia di togliersi qualche sassolino dalla scarpa. E lo ha fatto. Ha detto che la tivù di adesso, per buona parte, è inguardabile. E bravo, siamo quasi tutti d'accordo.
Che lui è stufo di tronisti e di gente senza talento che riempie i nostri schermi.
Clap, clap, applauso.
Che lui non sta facendo più televisione, o meglio non gliela fanno fare, perché ormai le trasmissioni di intrattenimento si rivolgono a un pubblico intellettualmente medio-basso, mentre le sue si rivolgevano a tutti, ma anche a quel pubblico medio-alto che ora la televisione, nei programmi di intrattenimento, proprio non si fila più.
Ha ragione il signor Arbore. Vi ricordate Quelli della notte e Avanti tutta?
Secondo lui qualcosa di profondo è cambiato negli ultimi quindici anni nell'intrattenimento televisivo e oggi le sue invenzioni non avrebbero più spazio. Non a caso la sua ultima presenza sul piccolo schermo è stata un programma che andava in onda in terza serata e che, eloquentemente, si chiamava: Meno siamo e meglio stiamo.

Non è che ora voglio fare la solita solfa sulla televisione di qualità o meno, ma forse un paio di cose mi va di dirle. Mi fa pensare il fatto che oggi il duopolio Rai-Mediaset, ha prodotto una rincorsa al ribasso per conquistarsi fette sempre più estese di pubblico decerebrato con il risultato di decerebrare una sempre più estesa fascia di teleutenti che si ritrovano a dover scegliere solo tra reality a tutto spiano e programmi dove la parodia della vita in diretta rasenta effetti di comicità involontaria.
Quasi senza che il pubblico sia più capace di accorgersene. E penso a tutte quelle persone, magari anziane o sole o depresse o altro, che accendono la televisione già dalla mattina. O agli adolescenti che se ne stanno a casa davanti alla tivù. Insomma a quelle fasce più deboli nelle quali la televisione si insinua subdolamente. Perché io credo che questi signori che decidono cosa mettere in onda e come farlo, abbiano le loro belle responsabilità.

La verità è che le invenzioni di Arbore, o di persone come lui, non trovano più spazio, perché hanno tolto lo spazio per inventare. Tra i cambiamenti epocali che hanno investito la televisione, infatti, ce n'è uno, in particolare, che sta alla base della sconcertante povertà di idee dei palinsesti. Chi di fatto oggi fa televisione? Le grandi case di produzione (multinazionali, cioè globalizzate) che confezionano non programmi ma format, cioè modelli di produzione televisiva, che hanno il requisito di garantirne il successo (audience) sulla base dell'assunto che anche il mercato televisivo è ormai un mercato globale dove un prodotto di successo può essere replicato all'infinito.

Oddio, questa globalizzazione è davvero inquietante, ci uniforma tutti e globalizza pure le nostre teste e i nostri momenti di svago.
Il format, inoltre, mica si limita a quella parte che riguarda l'intrattenimento, importantissima, secondo me, perché lì in mezzo, potrebbe starci pure un pochino di cultura, casomai. Purtroppo anche le fiction e perfino l'inchiesta e l'informazione sono contaminate dai format. Tutto è noiosamente preconfezionato e deve uniformarsi a rigide regole, al solo scopo di produrre oggetti che siano esattamente quello che il pubblico si aspetta.

Ecco dove sta il trucco! Dare esattamente quello che uno si aspetta per farlo sentire parte di qualcosa.

E allora mi chiedo. Dove diavolo sta la creatività?

Negli anni Venti del secolo scorso, un gruppo di studiosi noti come formalisti russi, occupandosi soprattutto di letteratura e arte, avevano capito che la libertà formale è essenziale per comunicare idee nuove.
Un concetto innovativo non ha alcuna efficacia se viene espresso utilizzando strutture formali vecchie.
Questo avevano capito i formalisti russi. Traparentesi c'è un libro di Tzvetan Todorov edito da Einaudi che spiega il lavoro di questi studiosi, chiusaparentesi.

E invece oggi le multinazionali della tivù detengono il monopolio delle strutture formali che danno vita ai programmi che noi vediamo.
Per fortuna capita qualche volta che una maglia rotta della rete consenta al pesce di scappare, e allora ecco trasmissioni intelligenti e ben congegnate. Ce ne sono, ce ne sono. Ma fanno una gran fatica. Ogni tanto le sospendono.

D'altra parte, diciamolo anche noi facciamo la televisione. Mi ricordo, un periodo di umore basso rasente suolo, di essere stata in casa a fare zapping sfrenato per un paio di giorni. Ho visto tutto il peggio. Lo ammetto. E ammetto che capisco sia facile farsi prendere nella rete, se non si hanno strumenti.

Ma non sono neanche una talebana, per carità. Giuro che la prima edizione del L'Isola dei famosi (dal format di Celebrity Survivor!) me la sono vista tutta. Adesso se ne vedo una o vedo uno di quegli altri reality mi prende l'orticaria. Che noia, che palle. Insomma, bisogna armarsi di intelligenza per vedere la tivù. E nel caso, click, chiudere. Magari accendere un po' di radio, ascoltare il Sinibaldi su Fahrenheit, o anche Fiorello e Baldini, perché no, o della musica, un buon ciddì.
Oppure vedersi un buon film. Uno di quelli da non perdere mai. Ecchisenefrega se li trasmettono troppo tardi. Però li trasmettono.
E se ti viene sonno, per fortuna esiste il video registratore.
Baci,
clo
 
 
 
 
 
 
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