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Certi film sono talmente squinternati e irrisolti, talmente "sbagliati", che non puoi non amarli almeno un po'. Un caso eclatante, qualche anno fa, era stato quello di Gigli (da noi Amore estremo) gangster romantic comedy che assommava a una sceneggiatura eccentrica e stupidina la peggior coppia di protagonisti della storia del cinema: Ben Affleck e Jennifer Lopez, gli attori senza muscoli facciali.
Il film poteva tranquillamente essere scambiato per un'indigestione da peperonata, tra schermaglie romantiche prive d'un'unghia di sex appeal, colpi di scena sapidi come un pezzo di cartone e allibenti comparsate di mostri sacri (Al Pacino e Cristopher Walken). Insomma, un cult istantaneo.
Dire che Fur fa il paio con Gigli sarebbe quanto meno ingeneroso. Ma ugualmente siamo di fronte a un prodotto così astruso da restarci di sasso. Diane Arbus, la "fotografa dei freak" (appellativo stolto e ingeneroso ma molto diffuso), è stata tra le artiste più controverse e amate del ventesimo secolo. Figlia di mezzo in una ricca famiglia di ebrei pellicciai, sorella di un poeta e di una scultrice, vive una vita agiata e polimorfa, dalla rigida educazione religiosa al matrimonio (contrastato dai genitori) con il fotografo Allan Arbus, fino al divorzio e alla definitiva esplosione della sua fascinazione per i luoghi "altri" della forma e delle passioni umane: circhi di freaks (sovente seguiti e fotografati nel privato), sobborghi poveri, spettacoli di travestitismo, centri per nudisti, e altro ancora. E poi la fama, la stima di grandi colleghi (come Richard Avedon e Walter Evans), l'insegnamento. Ma anche la depressione implacabile che la porterà a un'indigestione di barbiturici e a recidersi le vene dei polsi all'età di 48 anni.
Ora, già il senso di un "ritratto immaginario" che fa le veci di una corretta biografia sfugge. Ma la bizzarria più grossa sta nell'aver pensato che adeguata sineddoche per un'esperienza esistenziale così stratificata e dolorosa potesse essere la cronaca di tre mesi d'amour fou per un omaccione ipertricotico che commercia in parrucchini riciclando il suo stesso pelo. Che la introduce ai luoghi ambigui della notte e alle agognate corti di nani e ballerine. Che infine (anzi subito) le opziona il cuore, salvo poi morir tra i flutti, in fuga suicida da una magagna polmonare.
Fur è il trionfo del kitsch.
È kitsch la recitazione della Kidman, sempre sull'orlo della lacrima, l'occhio azzurro cristallizzato in una fissità che si vorrebbe anelante e curiosa, e suggerisce invece solo straniamento.
Sono kitsch le scenografie, accumuli policromi e poliriflettenti di chincaglierie carnevalesche e sete orientali cui s'accede per corridoi bui e porte sghembe.
Sono kitsch i dialoghi, che troncano psicologie e accadimenti in sproloqui finto morbosi e ingiustificati sentimentalismi.
Ed è "kitschissimo" Robert Downey Jr, sommerso da una montagna di pelo e sguardi ambigui, e impegnato a gestire un personaggio ad elevatissimo rischio di ridicolo involontario.
Fur è la versione live action de La bella e la bestia, solo più esplicita e arty.
È sceneggiato male e recitato senza guizzi.
E allora?
E allora è un'esperienza filmica che vi consiglio comunque: denso, accidentato, pretenzioso, coloratissimo, a continuo rischio di overacting, ti cola addosso come una doccia di miele, lasciandoti perplesso, divertito, incastrato a domandarti cosa stai guardando. Comunque soddisfatto della visione.
Purtroppo, invece, non disturba né tocca mai, cosa che la Arbus faceva con ogni scatto.
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