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Cultura
Shailja Patel: una lotta fatta di parole
 
La poetessa afro-indiana ha presentato a Genova 'Migritude'. Spettacolo teatrale basato sulla spoken word. Poesia, rabbia e missione sociale
 
   

     
Genova, 3 aprile 2007
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di
Federica
Verdina
   
Shailja Patel
Shailja Patel
Nata in Kenya da genitori indiani. Vissuta in Inghilterra per studiare Economia e Scienze Politiche. Ora cittadina americana. La poetessa afro-indiana Shailja Patel unisce in sé diversi continenti, diverse culture, diverse lingue, ma sente di non appartenere a nessuna di queste in particolare. "La notte è breve, meglio avere la valigia pronta": in Shailja ha sempre vissuto questo concetto.
Concetto che oggi torna a vivere nelle parole del suo spettacolo teatrale Migritude.
Ieri, lunedì 2 aprile 2007, Shailja era alla Passeggiata librocaffè, per presentarne un assaggio al pubblico genovese. Una performance in cui Shailja è stata affiancata dall'attrice Stefania Luisi, che ha recitato la traduzione di alcuni suoi versi.

Migritude. Un neologismo, una parola coniata dalla poetessa stessa e che racchiude in sé la forza e il significato di altre due: Negritude, negritudine, e Attitude, atteggiamento di affermazione e imposizione. Un progetto basato sulla spoken word, recitazione poetica in cui il potere delle parole domina la scena per la sua portata orale.
Migritude parla del dolore di non avere un posto fisso nel mondo, di guerra, di migrazione. Le sue poesie, recitate srotolando fra le mani i sari di famiglia, denunciano, puntano il dito, provocano e deridono. Fanno riflettere, pensare.
È un dialogo aperto, uno scambio continuo con il pubblico, in contrasto con la tradizione indiana, in cui musica, danza e teatro hanno pura valenza contemplativa. Qui Shailja si rivolge alla madre, alla sorella, allo spettatore. «Abbatte la quarta parete, annullando in questo modo il distacco col pubblico», mi spiega Pina Piccolo, che con Marta Matteini ha tradotto e curato il tour italiano di Migritude: «Dopo questa tappa genovese, ci sposteremo a Massa e a Pietrasanta», continua Pina.
È questa la lotta di Shailja. Una lotta fatta di parole. Parole il cui significato, come afferma la stessa Shailja in un passaggio di una sua poesia, bisogna sudarselo, guadagnarselo.
«Scrive con rabbia, le parole sono la sua unica arma»: così Marta Matteini presenta la poetessa. E proprio in questa lotta "verbale" sta la missione sociale del suo spettacolo, missione che spiega la possibilità di fare donazioni. "No contribution is too small - or too large": potete versare 2 dollari come 500, pagarle un caffè o un volo aereo.

Finito il reading, Shailja invita il pubblico a farle domande: si instaura un vero e proprio dialogo. C'è chi tenta di rivolgersi a lei in inglese, chi si affida invece alla traduttrice.
Alla fine, anche Shailja ha una domanda da fare: «Each time I perform for a non-english-speaking audience, I'm humbled by their generosity, their willingness to enter the energy of the work beyond the confines of language. What do you understand from my performance?»
Una signora risponde, dando voce al parere di tutti i presenti, che annuiscono sorridendo: «Forse non si riescono a capire tutte le parole, ma la sua grande espressività interviene laddove il pubblico non arriva con le proprie conoscenze linguistiche».
Se volete mettervi in contatto con lei, questo è il suo indirizzo e-mail: shailja@shailja.com.
Fatelo, è lei a chiederlo.
 
 
 
 
 
 
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