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Paesaggio e natura. È questo il tema della mostra Turner e gli impressionisti, fino al 25 marzo 2007 a Brescia.
Un altro importante evento, all'interno del contesto del Museo di Santa Giulia, che vede protagonista Marco Goldin, da anni curatore delle mostre allestite in questo museo.
L'esposizione conta 285 opere in totale; sono protagonisti soprattutto gli artisti francesi, con ben 46 Monet. Trentacinque artisti ci accompagnano in un viaggio lungo più di un secolo, dalla fine del '700 al 1926, anno della morte di Monet, attraverso la natura e il prodotto della sua manipolazione, il paesaggio.
La mostra è introdotta da circa 50 tele di Constable e Turner, grandi paesaggisti inglesi della prima metà del XIX secolo. Il primo è famoso per le sue rappresentazioni fedeli e dettagliate della natura, per la sua attenzione rigorosa e scientifica nella resa delle condizioni atmosferiche. Il secondo ritrae una natura sconvolgente, matrigna. Vulcani in eruzione, tempeste, naufragi: Turner rappresenta l'uomo in balia di forze prorompenti, sconvolge emotivamente, e lo fa grazie a rappresentazioni indefinite, in cui gli elementi naturali e i colori si fondono tra loro.
L'iter prosegue con gli accademici, con le loro riproduzioni di una natura, pittoresca e idealizzata, che fa da sfondo scenografico a momenti mitologici o biblici. Poi Corot, il quale, staccandosi dall'ambiente dei Salon parigini, si può considerare anello di congiunzione tra periodo romantico e impressionismo.
Si passa quindi alla scuola di Barbizon. "Oggi il paesaggista si cimenta nel rendere la natura così come essa è, e ogni opera porta l'impronta individuale del talento del pittore": così un critico della rivista francese L'artiste definisce questo periodo.
Infine, un'ampia sessione è dedicata all'impressionismo: Monet, Sisley, Pissarro, Guillaumin e Caillebotte i grandi nomi che firmano le 150 opere da cui sono formate le sale conclusive.
La Cattedrale di Rouen di Monet, affianco ad altre illustri tele, descrivono il panorama di questo periodo artistico, fatto di impressioni, interpretazioni istantanee, realtà mutevoli. Ci troviamo nell'ambito della pittura en plein air, che ritrae dal vero i diversi momenti, in continua metamorfosi, della giornata: strade, gremite di gente e talvolta fumose, simbolo per eccellenza di una Parigi industrializzata; le rive di una Senna dove passare le domeniche di sole; acqua e neve, che accolgono al meglio le variazioni cromatiche e morfologiche della realtà.
Non manca il confronto con chi, partendo dai frutti dell'impressionismo, prosegue il cammino verso le interpretazioni più personali e simboliche del post-impressionismo: Gauguin e Van Gogh.
L'ultima sala è dedicata esclusivamente ai giardini, in particolare a quello di Giverny, passato alla storia grazie a Monet, che lo ritraeva, ormai anziano, nelle sue tele.
Ed è così che passiamo davanti alle Ninfee, ai Glicini, in cui l'artista "tocca quasi un apice, non ancora di astrazione ma di assenza delle forme", come spiega Goldin, "Il mondo che si fa un'ultima volta presente, il suo giardino, il giardino, che è emblema e richiamo quasi inascoltabile, e invisibile, dell'eterno. L'eterno, a cui la natura così dipinta tende. Verso cui si avvia. E questa mostra vorrebbe tentare di raccontare".
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