È toccato a Zygmunt Bauman, autore di un appassionato intervento venerdì 1 dicembre alla Sala Porta Soprana della Fondazione Carige, continuare il ciclo di incontri Saggi d'Europa al . Presentato da Stefano Monti Bragadin - docente di Sociologia Politica e Sociologia delle relazioni internazionali presso l'Università di Genova - l'ottantunenne intellettuale polacco ha letteralmente ammaliato la platea parlando con verve e ironia per oltre un'ora, senza quasi prendere fiato.
Spunto di partenza, il titolo dell'evento: Europa, una storia in-finita, «il nostro continente è un'avventura che si sviluppa costantemente». Anche se da qualche tempo aleggiano due preoccupazioni principali: una certa crisi di fiducia in se stessi e il problema dell'ospitalità. Tema scottante e complesso, questo, che il sociologo - obbligato a due esili, prima dal nazismo e poi dal comunismo - ha messo a fuoco regalando al pubblico genovese un'angolatura nuova. «Già 30 o 40 anni fa si discuteva sull'ospitalità, con Jacques Derrida»: il filosofo francese fu uno dei primi a riprendere la teoria kantiana che attribuiva alla natura il nostro istinto ospitale. Anche Bauman risolve con naturalezza la questione etica: «non c'è un'etica specifica dell'ospitalità: l'etica è ospitale, la cultura è ospitale».
«Nella mia gioventù», continua Bauman, «l'Europa era vista come un luogo dove si trovavano soluzioni ai problemi». Noi guardavamo al mondo considerandolo ospitale, invitante: «il nostro continente è da sempre caratterizzato da uno spirito di scoperta. L'Europa è il continente che ha scoperto tutti gli altri, nessuno ha dovuto scoprire l'Europa».
Oggi guardiamo al mondo con occhi diversi. Il mondo non è più fonte di avventura ma di paura diffusa: «quando viaggiamo non abbiamo più contatto con i locali, chiusi nei nostri alberghi. Al massimo parliamo coi camerieri», ammonisce lo studioso. «Hic sunt leones, qui ci sono i leoni, il pericolo. Erano le scritte che sancivano il confine dell'Impero romano».
Perché quest'involuzione, questo deterioramento dell'ospitalità? «Non siamo più una potenza mondiale. Per la prima volta viviamo all'ombra di un altro impero, quello americano. Ma non siamo neanche sicuri che gli Stati Uniti interpretino i problemi del mondo in maniera corretta, e cominciamo a pensare che forse non ci convenga far parte di questo impero».
Bauman insiste sul concetto di "impero", e prende nuovamente ad esempio quello romano, alla vigilia del medioevo: «continue guerriglie, crollo della moneta, trasferimento del potere da militare a politico. Certo, per i romani ci vollero tre secoli, ma noi viviamo nella "modernità liquida" e le cose vanno molto più velocemente».
Le affinità con l'oggi non mancano: gli USA sono irraggiungibilmente potenti sul piano militare, ma la loro economia non va così bene, «ci sono analisti che pensano che il dollaro potrebbe deprezzarsi del 30%. Uno shock tremendo». Quanto alle guerre che hanno minato Roma, non siamo certo messi meglio: «dopo la guerra in Iraq il mondo è meno sicuro. Tutti i problemi vengono ricondotti ad una soluzione militare, terrorismo compreso: ma le commesse belliche consumano risorse che potrebbero essere trasferite su altri modi, più funzionali, per combatterlo». Nel 2005, ricorda l'intellettuale polacco, si sono spesi più soldi in armamenti che durante le peggiori fasi della guerra fredda.
C'è un modo per uscire da questa situazione? Bauman chiede ottimismo: «il nostro continente dovrebbe lavorare per una soluzione basata sui valori europei. Lo ha sintetizzato bene George Steiner: "l'impegno dell'Europa è spirito e intelletto". Voi vi chiederete come possa farcela lo "spirito" contro una portaerei, ma ricordatevi di Vaclav Havel, che ha traghettato pacificamente la Repubblica Ceca dal comunismo all'Europa con tre sole armi: coraggio, idee e speranza». Armi paleolitiche, commenta Bauman, ma funzionanti.
«L'arte del vivere con l'altro senza chiedergli di essere diverso, questo è il fattore decisivo di cui ha bisogno questo pianeta. Ed è esattamente ciò che noi europei possiamo dare al resto del mondo». Un'esperienza che abbiamo acquistato al costo di due guerre mondiali: «noi siamo rimasti feriti dalla nostra storia, ma grazie alle guerre abbiamo scoperto che un modo alternativo di vivere assieme costituisce una questione di vita o di morte».
«Io suggerisco che l'Europa diventi un laboratorio dove vengano testate le modalità della coesistenza. Potrebbe diventare una scuola dove si insegna quest'arte. L'importante, come diceva Kafka, è non fermarsi».