Claudia Rampiconi, la nostra spettatrice compulsiva di trasmissioni televisive di dubbio gusto, torna sulle pagine di mentelocale.it. Lo fa con una nuova rubrica dal titolo Diario precario di una fashion victim. Eccovi un'anticipazione dell'autrice stessa
Quando si parla di moda tutto assume contorni immediatamente
trendy&cool.
Quando si parla di
fashion tutto diventa irrimediabilmente affascinante e intrigante.
Vivere di moda è difficile, vivere nel mondo della moda, se possibile, lo è ancora di più.
Questo è il diario precario della cosiddetta fashion victim, ma non nel senso comunemente inteso. La
fashion victim per antonomasia è colei che vive per la moda, seguendone diktat e regole di stile. La classica persona schiava della ricerca del look azzeccato, col conto in banca costantemente in rosso per evidente incapacità di trattenersi di fronte alla vetrina di un negozio di abbigliamento.
La fashion victim di questo racconto, invece, è letteralmente la
vittima predestinata del sistema-moda: colei che con tutte le forze ha voluto entrare nel meccanismo diabolico della
fashion house, uscendone poco dopo con tutte le ossa rotte e con un bagaglio di esperienza notevolmente frustrante.
Il diario in questione si propone quindi di fornire indizi utili per riconoscere al primo colpo tutte le
Mirande Priestly presenti in circolazione.
Evitare di incontrarle si può.
Ma partiamo dall'inizio.
Precisamente, partiamo dal giorno in cui la
fashion victim, realizzando il suo sogno fanciullesco, viene contattata per un colloquio di lavoro da una grande azienda italiana leader nel tessile-abbigliamento. Un'azienda che chiameremo Fashion&Co. e che ha tutti i requisiti del caso per aspirare al titolo di "azienda della vita": solida, capillarmente diffusa in tutto il mondo, prestigiosa. Un vero e proprio punto di riferimento del sistema economico italiano. L'aspirante fashion victim ha di fronte a sé l'occasione di una vita.
Laureata in Comunicazione col massimo dei voti, ha la possibilità di veder realizzati i suoi sogni più vividi, entrando a pieno titolo dalla porta principale.
Il
colloquio conoscitivo si svolge secondo la consueta procedura: contatto telefonico, primo sondaggio psico-atittudinale, convocazione al cospetto del responsabile risorse umane e conseguente appuntamento con i vertici dirigenziali per vagliare le possibilità di collaborazione.
Io, che di colloqui ne ho fatti tanti e che tante volte ho sentito le magiche parole "contratto a progetto", di fronte alla possibilità di inanellare l'ennesima esperienza precaria della mia breve vita professionale, non mi tiro indietro e anzi comincio a calarmi nel ruolo della fashion assistant.
Lavorerò con un team di affiatate colleghe, circondata da personalità ai più alti livelli internazionali e circondata da vestiti, scarpe, stole e borse. wow.
Ai colloqui
mi presento in tutto il mio splendore: mini-abito in jersey di lana, stivale da amazzone, e coprispalle di lapin. Un successo estetico, ancor prima che professionale.
Sono io la persona che cercano.
Una preziosa consulenza esterna è tutto ciò che desiderano. L'occhio di una ricercatrice di mercato unito alle amabili doti creative e letterarie è quello che serve per entrare nell'Ufficio Comunicazione.
È fatta. È fatta. È fatta.
La prime due settimane volano che nemmeno me ne rendo conto. Passeggio sui tacchi nel corridoio e mi sembra di camminare un po' tre metri sopra il cielo, giusto per non essere retorica.
La mia responsabile, l'inarrivabile ed eccentrica direttrice della comunicazione aziendale, inventa per me teneri appellativi, mi offre caffè e pasticcini, mi introduce nell'ambiente come farebbe il più amabile dei diretti superiori, mi presenta agli altri uffici con elogi e celebrazioni varie. «Lei è l'ultima new entry di Fashion&Co., la mia preziosa nuova collaboratrice, ha persino scritto un libro, è toscana e ha tanta voglia di lavorare. Fate tutti ciao con la manina a Claudia!».
Proseguendo di questo passo,
in meno di un mese tutti mi adorano, io lavoro come mai nella mia vita e la mia autostima subisce un'accelerazione mai sperimentata in precedenza.
È fatta, penso di nuovo.
Invece, a distanza di quattro mesi, risuonano nel mio cervello le sacrosante parole di ammonimento:
Quando Dio vuole punirci esaudisce i nostri desideri