L'artista crea.
L'artista espone.
L'artista è in quanto artefà. E più non dimandare.
Giuliano Galletta, di mestiere giornalista, quando veste i panni dell'artista non lascia mai quelli del comunicatore. A domanda risponde, ma gioca più volentieri d'anticipo per raccontare. Perché
per lui artefare è proprio raccontare, ma anche oggettivizzare, estraniare umani e cose dal loro contesto per rigenerarne attorno un altro che significhi nuovamente, in un giocoso puzzle di cui lui costruisce i pezzi e all'improvviso anche gli incastri. Dopo 10 anni, Galletta torna in galleria con una personale,
La camera melodrammatica negli spazi raccolti e quasi familiari di
Martini &Ronchetti,
dal 14 ottobre al 14 novembre, in pieno centro a Genova. Com'è che dopo 10 anni ti ripresenti? Cosa è scattatato? «Mi sono concesso uno studio, due stanze niente di più - spiega - e subito il lavoro ha preso corpo. Poi ne ho parlato con Gianni (Martini, ndr) e posso dire che le parti che compongono questo lavoro tra fotografie, pezzi storici,
performance e ambientazioni è fatto in funzione dello spazio della galleria, proprio quello che cercavo».
Nato attorno alla
narrative art e alla
poesia visiva, ma anche profondamente immerso in quella poetica beckettiana per cui non è più possibile dire eppure non ci resta che andare avanti a dire, così come non si può più stare ma non ci resta che continuare a stare da qualche parte (
Someone said, You can't stay here. I couldn't stay there and I couldn't go on), Galletta ha un rapporto ininterrotto con il suo lato creativo, salvo poi un giorno trovargli dimora in una pubblicazione - come è accaduto l'anno scorso con l'antilibro
Almanacco di un altro anno - o in uno spazio espositivo. Ma il discorso per lui fluisce inarrestabile, già mi parla di due progetti futuri:
Hotel de l'avenir per il 2007 e
La casa pericolosa per il 2008, e di un cortometraggio che sfrutterà una delle ambientazioni di questa mostra con video, pedana e sedia a rotelle. Il titolo sarà:
Il dottor Hyde e mister Galletta, «dove - chiarisce - il cattivo è il dottore e il cattivissimo Galletta».
Producendosi in una
performance estemporanea, Galletta, gentilmente, mi frega penna e foglio e comincia a spiegarmi tracciando segni. Sono perplessa, ma solo tra me e me penso: "non facevo io, quella che prende appunti?"
Comunque lui parte e io seguo: «Sono partito dal titolo "camera melodrammatica" del Filippo De Pisis romanziere, che rientra nell'opera prima come poeta, poi anche nell'altra versione, in quanto pittore di fiori e per alcuni suoi dipinti del periodo dadaista. La mostra si compone di vari elementi: ho realizzato tempo fa una
performance nel mio studio con l'attrice e ballerina
Serena Savini, la mia prima modella. In quell'occasione ho fatto scattare alcune foto (di
Gianni Ansaldi), che sono adesso parte integrante della mostra, poi ho voluto riprodurre in galleria la
performance, da qui l'ambientazione con poltrona, comodino e specchio dove Serena sarà seduta per un certo periodo con la flebo sul braccio. Poi inviterà il pubblico a sedersi al suo posto e con un piccolo rito di cerottini, a sottoporsi - per finta - al trattamento. Lì accanto un feticcio, mia firma o alterego: un gufetto dorato».
Accanto - e qui recupero il mio ruolo di spettatore - una sedia a rotelle con un video sopra su cui scorre
Top Hat con Fred Astaire, riprodotto sfalsato e a tutta parete anche sul muro. Ipnotico. Un'apoteosi dell'essere che si fa marionetta, nella vecchia Hollywood, nel musical, ma evocazione più a ritroso verso Chaplin, l'automa e l'utopia dell'attore-meccanismo, a
machine for acting di Vsevolod E. Meyerhold.
«
Si tratta di diverse opere a se stanti che vengono assemblate per creare la camera melodrammatica: la poltrona e lo specchio, un'autoritratto del 1980, Fred Astaire e la sedia, una foto di mio padre con il pugile Duilio Loi, e una scritta -
In linea di massima, l'essenziale è mostruoso - che fa parte di una serie a cui sto lavorando dal titolo
Frasi fatte, un collegamento con il mio lavoro giornalistico, dove il
font adoperato per i caratteri è lo stesso delle locandine delle edicole. L'insieme costituisce l'opera, ma ognuna significa anche in modo indipendente».
È il gioco dell'intertestualità che nello spazio esplode sulle pareti e si fa 3D nella stanza, ma che il catalogo - «anch'esso opera a sé», mi avverte Galletta - conserva nella sua forma più immediata, dove le parole, le frasi e i testi o meglio frammenti di diversi scrittori, alcuni antiromanzieri (Louis-Ferdinande Céline,
Edoardo Sanguineti, Philippe Sollers), a cui si aggiunge Galletta stesso con
residua da racconti suoi più o meno esistenti, ma anche pensatori e filosofi (Jacques Lacan, Mario Praz, Samuel Beckett, Julia Kristeva, Jorge Luis Borges, Santa Teresa d'Avila) vengono giustapposti per parlarsi in un racconto visivo denso di immagini, scelte grafiche e tipografiche, composizioni cromatiche e foto senza finale.
«
Copio da tutti e da chiunque. Sono un copista senza pazienza. E come disse qualcuno: Ho copiato ogni volta peggio tanto da rischiare l'originalità», in un'opera che si pone come mai conclusa e mai totale, sempre per via di un agire a margine o sull'interstizio, forse a commento, oggetti, facce, ambienti sono sempre parte di qualcos'altro, qualcun altro, un altrove morso e qui trasposto, ma definitivamente aperto. E così il finale, lasciato a un'immagine almeno nel catalogo, aperta e non definitiva: una mano posata su una grande busta chiusa accanto a una tazzina di caffé già bevuta. E chissà ora dove andrà, quella figura umana, cosa conterrà quella busta, su quale messaggio, proposta, conferma quella mano riposa prima di agire ancora?