Qualche anno fa mentelocale.it promosse il Museo Virtuale Ligure, ovvero uno spazio - gestito in collaborazione con la Facoltà di Architettura - per un'analisi sui danni al patrimonio architettonico cittadino. Di recente, sempre su questo sito, è scoppiata un'interessante e appassionata discussione sul progetto di demolizione dei gasometri nell'area Ilva. Oggi Luca Mazzari, nella sua rubrica Il Cannochiale rovesciato, torna sull'argomento del rapporto tra città e architettura.
Luca Mazzari
Giulio II, durante una visita al cantiere per la realizzazione della sua tomba, ebbe a sottolineare a Michelangelo, che ne aveva progettato le forme, di come una figura in marmo della composizione rimanesse troppo in ombra.
Michelagnolo, come annota il Vasari nelle "Vite", ricorda allora al Pontefice l'imprevista apertura di una finestra nel muro perimetrale, proprio per dar luce alla suddetta statua. Giulio II stizzito chiede allora a Michelangelo spiegazioni sul perché non fosse a conoscenza dell'apertura di quella finestra e Michelangelo, con grande determinazione, risponde altrettanto duramente: «Sua Santità, non deve essere di vostro interesse sapere cosa è nelle mie intenzioni fare, io sono l'Architetto e voi il Committente, vostro compito è provvedere ai quattrini sufficienti per finanziare i lavori e per compensarmi».
La tomba era realizzata con ingenti quantità di
Marmo di Carrara, che Michelangelo sceglieva direttamente nelle Cave Apuane, aiutato da un suo fido collaboratore che il grande architetto chiamava affettuosamente Topolino, forse per le sembianze simili al roditore. Topolino aveva fantasia d'essere un valente scultore, ma era debolissimo. Altro non era che un mediocre scalpellino che si ostinava ad emulare Michelangelo, per una sua mediocre committenza, alla quale rendeva servizio senza gusto e talento.
Spesso chiedeva pareri sul suo operato a Michelangelo che più di una volta si «meravigliò che tali goffi, stretti dalla necessità, piglion di quelle resoluzioni che non fanno i valenti uomini».
Quando alla fine degli anni settanta del secolo scorso, l'esito della demolizione dello storico quartiere di via Madre di Dio, a Genova, prendeva irrimediabilmente corpo nei nuovi edifici in cemento e nel giardino ribattezzato "di plastica" per la sua innaturale consistenza, l'allora sindaco della città
Vittorio Pertusio, di fronte a tanta scelleratezza urbanistica dichiarava sconsolato: «Cosa potevo fare?
I progettisti mi avevano assicurato che questa era la soluzione migliore!».
Durante il dibattito pubblico per la demolizione e la conseguente ricostruzione di Corte Lambruschini, agli inizi degli anni Ottanta, l'assessore all'urbanistica dell'epoca sosteneva la necessità politica e architettonica dell'intervento, suffragato dal discusso progetto del pur valente Piero Gambacciani.
È risaputo che
i destini delle città passano attraverso complesse scelte politiche ed incarichi professionali spesso assegnati senza selezione, da committenze pubbliche e private, ad architetti troppo riconoscenti per non condividerne i programmi.
La pratica del concorso come strumento di conoscenza, a garanzia di una maggiore pluralità nella scelta delle idee, è oggi fortunatamente più diffusa, anche se resta la trappola di
bandi spesso volutamente confusi e poco approfonditi, redatti da uffici tecnici timorosi che impongono condizioni progettuali a loro volta imposte, entro le quali i progettisti, pur agitandosi come topi nell'olio, possono fare poco.
Questo non fa venire meno il dovere di chi affronta complessi progetti concorsuali di profondere competenza, coraggio e purezza d'animo nel contrastare, contraddire e sovvertire, con progetti coraggiosi, i vincoli che nei bandi dei concorsi sono ritenuti sbagliati; a costo di remare contro; a costo di indicare programmi diversi in grado di mettere in crisi soluzioni pre-stabilite; a costo di compromettere la vincita stessa del concorso. Ma tant'è, c'e chi nasce Architetto, chi Topolino.