Vedremo se le austere mura di Palazzo Ducale reggeranno all'impetuoso urto della rivoluzione. Perché sta per arrivare un ciclone sotto forma di mostra:
Russia & URSS. Arte, letteratura, teatro 1905-1940, sottotitolo
In cento soli fiammeggiava il tramonto (un verso di Majakovskij),
dal 26 ottobre 2006 al 14 gennaio 2007.
Un'esposizione coraggiosa, che si prefigge di ricostruire il magma creativo che travolse la Russia degli Zar prima, durante e dopo la rivoluzione sovietica, nientepopodimeno.
Un'evoluzione estetica, sociale e politica di tale rapidità e vigore da segnare una tappa irripetibile nella storia della cultura mondiale.
Dipinti, scenografie, manoscritti, foto, oggetti... sarà utilizzato di tutto per ricreare un ambiente culturale sepolto dalla storia. Lo stile è quello di
Viaggio in Italia, non a caso i curatori sono gli stessi:
Giuseppe Marcenaro e Piero Boragina. E la missione è chiara: «una mostra di sensazioni. Bisognerà lasciarsi trasportare», commentano i due.
Per raggiungere l'ambizioso obbiettivo non basteranno i dipinti di
Kandinskij, Malevic, Chagall o Rodcenko - capolavori in parte ancora sconosciuti al pubblico italiano, e che già da soli valgono una mostra. Ecco allora le
scarpette da ballo di Nijinksij, l'ultimo diario della zarina prima della fucilazione, oppure una delle famose uova Fabergé tempestate di diamanti (e protagoniste di uno 007). Oggetti incaricati di ricostruire un'atmosfera: e in effetti colpisce scoprire che Majakovskij si mise a
disegnare carte per caramelle, ma non caramelle qualsiasi, bensì le
Stelle dell'Armata Rossa (!). Su questi piccoli scarti emozionali si snoderà il percorso espositivo.
D'altronde durante quel fertile trentennio
non c'è ramo dell'espressività che non venga esplorato. Arte, musica, teatro, cinema, letteratura: la ricerca si sposa entusiasta al dibattito politico. Una specie di liberatorio
liberi tutti che travolge ogni conservatorismo.
È un'epoca di cortocircuiti, di suprematismi che convivono con verismi tardo-ottocenteschi, di amici che tendono allo stesso ideale divergendo completamente nell'esecuzione formale. «
Tutto viene sommerso da una voglia di fare. Ognuno sentiva di poter cambiare il mondo», annota ammirato - e con un velo di invidia nostalgica - Boragina.
Tutto si spegnerà in una placida domenica di aprile, nel 1932, quando la
Pravda annuncia la risoluzione che di fatto impone l'arte di stato. Stalin ha suonato la campanella,
la ricreazione è finita ed è ora di rientrare ordinatamente nei ranghi.
«Sarà una mostra ricca di sorprese», annuncia un
Vittorio Sgarbi in grande forma, anfitrione nel ruolo di Assessore alla Cultura del Comune di Milano: «loro li ho sempre amati», indicando la coppia Boragina/Marcenaro. I quali, dal canto loro, scherzano sul "coraggio" dell'operazione indicando la temerarietà di girare i musei russi a
trenta gradi sottozero.
A Sgarbi non sfugge l'ironia della situazione: una mostra sull'arte sovietica, un'amministrazione genovese di sinistra e una milanese di destra e - come se non bastasse - i suoi attuali grattacapo da assessore che ha difeso i graffiti del Leonka (prendendosi botte di comunista) e silurato Zecchi (prendendosi botte di fascista). «Ho ricevuto una telefonata dal Compagno Borzani che mi ha chiesto di fare l'Assessore alla Cultura a Genova», punzecchia,
«quasi quasi mi trasferisco».
Poi ne butta una sul piatto.
B@bele, un festival dei linguaggi che possa rubare il ruolo alla Biennale di Venezia, riunendo in nome dell'arte i tre vertici del triangolo industriale - come già sta accadendo con la mostra
Albini-Gardella-Mollino («non chiamiamolo GeMiTo, che è una formula triste... a parte i gemiti di piacere»). «Potremmo farlo partire potenziando il Festival della Poesia: tutti i grandi poeti di Genova hanno poi pubblicato in case editrici di Milano».
Borzani offre una sponda: «è vero, dobbiamo cominciare a ragionare per aree interregionali».