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Spettacoli
Cripta
 
Vorrei incontrarti fra trent'anni
 
I Cripta sono rinati quasi per caso. Il fermento dei Settanta, il rock, l'incoscienza, la fine del gruppo. Oggi vanno verso il primo album
 
   

     
Genova, 25 settembre 2006
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di
Daniele
Miggino
   
Galeotto fu il libro Codice Zena, è proprio il caso di dirlo. Vale la pena di raccontare questa storia: quattro amici che a metà degli anni Settanta suonavano nei locali genovesi, e che trentadue anni dopo si sono ritrovati, ricominciando a vedersi una volta alla settimana in saletta.
La ricerca curata da Riccardo Storti (che ha da poco iniziato una rubrica su mentelocale.it incentrata sul progressive italiano, C'era una volta il rock), citava tra gli altri i Cripta, descrivendoli così: Jazz rock alla Perigeo, tecnica sopraffina.
Augusto Forin, il bassista, la racconta così: «mi è arrivata una telefonata. "Ehi, c'è qualcuno che si ricorda di noi!". È bastato questo per farci risentire complici, intimi, e per far ritornare in un attimo indietro le lancette dell'orologio.

Facciamo un passo indietro. Augusto Forin (basso elettrico), Mirco Pagano (batteria) e Mauro Carbone (sax) nascono e crescono insieme a Sori. All'inizio degli anni Settanta, come tantissimi altri giovani, si mettono a strimpellare. Col tempo la cosa diventa seria, i ragazzi ci sanno fare. Nel frattempo si aggiunge alla line up Massimo De Pasquale (piano elettrico). «Dopo aver girato tutti i posti possibili a Sori, ci siamo mossi verso Genova», dice Augusto.
Il locale della musica live all'epoca è il 261 - dove oggi si trova il Batik - loro sono habitué, insieme ad altri gruppi storici come Picchio dal Pozzo. Da lì a poco diventano uno dei gruppi fissi al Louisiana Jazz Club, quando era ancora a Palazzo Ducale.

Nel 1976 i Cripta si sciolgono. Augusto e Mauro Carbone formano il gruppo Jazz Insieme, cambiando decisamente genere. Poi ognuno va per la sua strada: «Io faccio per un po' il musicista di professione in un gruppo dance - continua Forin - l'unico genere con cui potevi campare, poi divento cantautore: Mauro idem, fino all'inizio degli anni Novanta». Chi si dà alla grafica, chi dimentica di essere salito su un palco. Fino all'uscita di Codice Zena.

Come vi siete ritrovati?
«Fisicamente siamo molto cambiati - dice Augusto - ma il feeling si è ricreato da subito».
Ma perché non suoniamo una volta, ma sì dai vediamoci. I ragazzi hanno rincominciato a provare: «siamo ancora un po' arrugginiti, ma miglioreremo», continua Augusto.
Intanto quest'estate hanno già assaggiato il palco, a Sori.

Dove volete arrivare?
«Vogliamo fare quello che non siamo riusciti a fare trent'anni fa: pubblicare un disco. D'altra parte suonavamo musica nostra e abbiamo tenuto molte cassette dell'epoca».

Perché non avete mai pubblicato prima d'ora?
«Ai tempi fare un disco era un'impresa incredibile, non siamo mai andati in sala d'incisione. E poi non ci avevamo nemmeno pensato più di tanto: forse non ci rendevamo bene conto di quello che stavamo facendo».

Com'era la scena musicale allora?
«C'era un bel fermento. Tanti gruppi: da Picchio dal Pozzo a Camerini. Alla fine noi facevamo le stesse cose, ma loro sapevano muoversi meglio».

Dove suonavate a parte il 261?
«Era il periodo delle occupazioni nelle scuole e c'erano sempre tante feste, soprattutto dalle parti del Molo».

Senti, ma perché "Cripta"?
«Verso i quattordici, quindici anni, ascoltavamo musica metal: soprattutto i Black Sabbath. Diciamo che una reminescenza di quel periodo è rimasta nel nome del gruppo, anche se poi abbiamo fatto tutt'altro genere».
 
 
 
 
 
 
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