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Sveglia alle 7.30, oggi è il giorno dedicato al trekking. La giornata è splendida, vista l'impossibilità di seguire un sentiero segnato devo prendere una guida. Non perdiamo tempo ed alle 8 siamo già in cammino.
Il nome della guida è Alì, avrà una quarantina d'anni, non mastica una parola in inglese e scarpina per le montagne in infradito. Purtroppo fino a ieri ero sul livello del mare e percorrere un trekking senza essermi prima acclimatato ai 2.200 metri di altitudine mi fa faticare il doppio. Il percorso alterna salite spaccagambe a piacevoli tratti pianeggianti sulle splendide fasce che gli abitanti delle montagne di Haraz hanno costruito ovunque, e che mi accompagnano per tutte le sette ore del trekking.
Ecco le tappe:
- Lamat Al Qadi è un paesino-fortezza arroccato su una roccia, la nostra prima tappa.
- Al Khutayb, metri 2.400, è caratterizzata da una casa bianca che domina da un rialzo roccioso tutto il paese.
- Kahil è il paesino più in alto, siamo oltre i 2.500. Il villaggio è a picco su una roccia altissima, domina tutta la vallata, segnata un po' ovunque dalle precise linee delle fasce.
- Al'Ayn è l'unico paesino che visito non arroccato in cima ad una collina
- Al Hajjaram è un grosso paese, alla fine del trekking, esternamente meraviglioso, ma al suo interno così fetido e sporco da farmi andar via molto rapidamente (ovunque escrementi di mulo, fieno, plastica, sabbia sporca, spazzatura, in un micidiale cocktail di odori!).
Durante il cammino, Alì, conosciuto da tutti da queste parti, saluta in maniera davvero curiosa un suo amico, con un doppio baciamano. A Kahil una coppia di signori mi dice, in inglese, che l'Hofbräuhaus è solo a Monaco di Baviera, riferendosi alla mia maglietta (che come gran parte "dell'attrezzatura" mi è stata fornita dall'
HB Genova). Rispondo loro che si sbagliano, racconto la storia della birreria, e questi signori di Monaco promettono di venirmi a trovare al più presto.
Durante la strada dei bimbi vendono collane profumatissime, ne compro un paio, il profumo è così forte da uscire dallo zaino chiuso, allietandomi per tutto il trekking. Alì mi indica un muro di una casa, guardando bene vedo un animale dai colori incredibili, è una specie di lucertolone blu e arancio, si chiama
adandor.
Dopo sette ore di splendido trekking torniamo a Manakhah, abbastanza ustionato io, con la guancia piena di
qat il buon Alì. Da qui trovo diretto un taxi per San'a; guardo scendendo - quasi ipnotizzato - i paesini arroccati sulla roccia appena visitati, guardandoli mi esce un sorriso dalle labbra.
Il conducente del taxi ed un passeggero parlano qualche parola in inglese. Mi raccontano che in Yemen non si può essere fidanzati: o si è single, o si è sposati. E se mai la prima moglie non andasse bene, che importa, se ne possono sposare altre tre! Uno degli uomini sul taxi, per esempio, ne ha ben tre. Il conducente, che ha la mia età anche se sinceramente ne dimostra ben di più, ha già tre figli, e si è sposato - come tutti nello Yemen - tra i 18 e i 20 anni.
Sarà il sole preso durante il trekking, ma confrontando la carnagione del mio braccio con quella dell'arabo alla guida sembro terribilmente più scuro.
Arrivo a San'a, dove ormai mi sento quasi di casa. Riesco ad avere in albergo la stessa splendida stanza dei giorni precedenti, il modo migliore per trascorrere l'ultima notte in questa remota ed affascinante città dell'altopiano arabo.
Alessio Balbi