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Mercato del Pesce, Yemen
© foto: Alessio Balbi
 

Viaggio nell'Islam

 
Un giro per mercati ad Al Hudayda. Pittoresco e divertente quello del pesce, allucinante e orrido quello della carne. Si parte per i monti
 
   

     
5 agosto 2006
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Al Hudayda. Mi sveglio intorno alle 6, e dopo una dormita da alf laila wa laila (mille e una notte), mi dirigo verso il mercato del pesce. Le strade sono semideserte, tranne centinaia di poveri che dormono in qualsiasi posto o posizione: i più intraprendenti hanno costruito baracche sugli scogli con i cartoni. Le moschee urlano il Corano, spazzatura e fetore sono ovunque, la sabbia sui marciapiedi è ormai una fetida pastura con rifiuti vari. Mi chiedo, che ci sto facendo qui? Questo è di sicuro il peggior posto che abbia visto da quando sono nello Yemen.

Il mercato del pesce, però, è davvero spettacolare. Ovunque la gente grida, contrattazioni frenetiche, sembra la borsa di New York in piena attività. Si vede qualsiasi tipo di pesce, dalle rossissime triglie ai lunghissimi lucci, e poi rombi, tonni, orate e mille altre specie ittiche che corrono freneticamente dai pescherecci attraccati appena fuori mercato alle bancarelle, agli acquirenti. I pesci comperati dai "broker" del settore sono portati ai camion da ragazzini con delle carriole da muratore. I privati usano invece delle bisacce in vimini.
In ogni caso tutti corrono, indaffaratissimi. Non hanno neanche il tempo di accorgersi che si è intrufolato un turista nel loro mercato.

Le contrattazioni sono accesissime. Volano anche schiaffoni, penso per un luccio di troppo non pagato. I compratori hanno pallottole di soldi, appena possibile li mettono nelle mani dei venditori e l'affare è fatto, si conteranno poi in un secondo tempo.
Un vecchietto gira, contento e soddisfatto del proprio acquisto: in una mano ha il bastone, nell'altro un gran bel pesce di almeno mezzo metro. Sorride al turista con sguardo compiaciuto, è proprio un grande acquisto quello di stamani!, si allontana poi aiutandosi col bastone.

Urlano tutti, un migliaio di persone. Il profumo del mare è forte. Corrono come matti i bambini con le carriole colme di pesce: le ciabatte sono appese ai manici, si corre scalzi per andar più veloce. Corrono e si divertono come matti a tagliarsi la strada l'un l'altro. Oltre a lavorare sodo, qui ci si diverte.
Ecco un'altra rissa, intervengono due militari per sedarla, andandosene poi mano nella mano. Un'altra rissa ancora, è contesa una carriola di razze: c'è chi è lesto e sa comprare bene, e chi lo è meno, e s'arrabbia.

Passa un pesce completamente giallo, entrano anche i muli con i carretti, il loro compito è consegnare il pesce in città. Perché non si muovano mentre il padrone è a comprare, sono frenati da un laccio che stringe le due zampe posteriori.
Dopo un paio d'ore al mercato torno in centro città, ascoltando It's a sin. Passa un'ambulanza, la Mezzaluna Rossa. Fuori dal mercato del pesce riprende lo strazio, c'e di tutto per terra, anche carcasse fetide in decomposizione di un cane ed un gatto.
Arrivo al suq. Un mendicante giace per terra, inginocchiato, si guarda le orribili macchie che ha sulle mani. Due militari fermano un uomo in moto, vola qualche pattone, forse è colpevole di un furto, un militare sale con l'uomo dietro in moto indicandogli una strada. Su una bancarella una nuvola di mosche.
Fortissima la mia sensazione di disagio, ma finora è nulla: ho la orrida idea di entrare nel mercato delle carni...
Allucinante, un atroce odore nauseabondo, ovunque per terra pezzi, ritagli, frattaglie di bestia: un tappeto sulle piastrelle straunte. La puzza diventa ora di bestia, di capra. La carne è chiaramente esposta all'aria aperta, il colore è scuro, tende al marrone. Un banchetto vende orribili teste mozze di capra non ancora scuoiate, una ha i peli marroni, un'altra bianchi e neri. Gli occhi hanno una patina gelatinosa, le bocche sono aperte. Nuvole di mosche ovunques.. sto respirando terzo mondo.

Scappo veloce dal suq e torno sul lungomare, il posto meno maleodorante. Questa città mi ha davvero messo a dura prova. Mi dirigo verso la stazione dei pullman, dove arrivo con un'ora e mezza di anticipo, e da dove non mi muovo fino alla partenza: alle 2 si parte per Manakhah, direzione le alte montagne dell'altopiano tra il Mar Rosso e San'a.
Ho di fianco una famigliola perfettamente agghindata, probabilmente diretta a qualche cerimonia. Le due bambine hanno due vestitini uguali, sembrano due bombonierine lillà: capelli raccolti con un fiocchetto e scarpette con paillettes luccicanti. Vestito da occidentale il padre, mocassini, pantaloni, e camicia un ragazzo - avrà la mia età - la mamma, ovviamente in nero, come tutte ha la mano tatuata con l'henné.

Seduto sul sedile di fianco al mio c'è un ragazzo. Prega. Canta sottovoce una ripetitiva litania, ha il capo chino, gli occhi chiusi, incurante di tutto e tutti. Prega solitario sul pullman gremito di persone.
Penso durante il viaggio all'immensa fede di queste persone, penso sempre alla figura di queste donne; una striscia sottilissima, a malapena due occhi marrone scuro, sono quanto lasciano trasparire di loro. Non si sentono mai parlare se non a bassa voce, evitano qualsiasi incontro sia verbale sia di sguardi. Tutte uguali, identiche, ai miei occhi tante copie l'una dell'altra, sacrificio e dedizione nel sacro nome di Allah.

Poco avanti a me c'è un'altra famiglia vestita a festa: il disegno tatuato con l'henné sulla mano della mamma è fantastico, una splendida ghirlanda floreale, che partendo da sopra il polso arriva in spirale alle dita. Sicuro l'autrice dev'essere un'artista, vista la bellezza e la delicatezza del motivo disegnato. Vorrei fotografarlo, ma nello Yemen fotografare una donna è quantomeno da evitare.
Tiene il braccio sulla sua bimba, questa mamma un po' ribelle, che mastica qat sotto il velo nero. Provo comunque a fotografare il tatuaggio, ma niente da fare, c'è poca luce e la foto risulta mossa. Sosta del pullman, scendono quasi tutti. Rimaniamo la mamma, la bimba ed io, è sceso anche il marito della donna; la Mamma, accortasi di me, mette in posa la bimba col turbante in testa che sorride, permettendomi di scattare un paio di foto a figlia e tatuaggio. Poi si volta verso di me alcune volte, le sorrido in segno di ringraziamento, ricevendo in cambio un dolce sguardo di complicità. In quasi due settimane di Yemen, è questo il primo contatto che ho con una "ribelle" in velo nero!

Il pullman "mi scarica" in un paesino sulle montagne, penso sia Manakhah, ma manca invece ancora almeno una dozzina di chilometri. Prendo un taxi collettivo che risale tra la nebbia sino ai 2.200 metri di Manakhah.
Qui l'albergo è carino, la stanza assolutamente minimalista, tre materassi, tre cuscini e due coperte, ma è molto pulito e questo mi basta - vista la nottata di ieri. Dopo la cena, sempre in albergo (non è poi così grosso il paesino!), i gestori si divertono a suonare e danzare musica yemenita. Carino il primo quarto d'ora, piuttosto ripetitivo il seguito!

Alessio Balbi
 
 
 
 
 
 
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Bambina yemenita
© foto: Alessio Balbi
 
   
 




 

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