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San'a
© foto: Alessio Balbi
 

Viaggio nell'Islam

 
Nel suq di San'a, un enorme mercato con merci e mestieri mai visti prima. E' la capitale: ci sono turisti, ma ancora donne in nero
 
   

     
15 luglio 2006
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Il risveglio è spettacolare. Entra luce dalla finestra della mia camera ed aprendo gli occhi vedo i riflessi dei vetri colorati sulla parete bianca. Mi alzo, mi affaccio, e in tutto il suo splendore e la sua eleganza, ecco il centro storico di San'a. Nella terrazza all'aperto, sul tetto dell'albergo, consumo la mia colazione, sorseggiando un tè amaro e squisitamente speziato, accompagnato da tartine preparate con uno speciale pane arabo di farina di segale.

Ogni angolo della città vecchia merita almeno un rullino di foto. Palazzi bellissimi, alti minareti, cupole di moschee si incastrano come in un puzzle, con lo stesso tema cromatico: marrone dal contorno bianco.
Riesco a salire, in qualche modo, sul tetto di un altro albergo. Ho un'altra magica visione della città dall'alto. Alcuni palazzi sono davvero alti, non a caso si dice che a San'a ci sono i più vecchi grattacieli della storia.

Vago per le stradine, arrivo al suq, il mercato, qui vedo mestieri e merci mai viste:
il venditore di teiere,
il tostatore di chicchi di caffè,
i fabbricanti di finestre dai vetri coloratissimi,
strane casseruole con coperchi in vimini e stoffa,
pentole usate,
narghilè di tutte le altezze,
stoffe variopinte,
rubinetti in ottone,
seducenti vestiti da donna colorati (...ma non sono tutte vestite di nero qui?),
inquietanti coltellacci da cucina,
il venditore di almeno venti tipi di uva passa,
lo stesso per i datteri,
un carretto-prepara-spuntini con pane arabo, patate bollite ed uovo,
finalmente, ecco i negozi di veli neri,
sandali di ogni tipo, nuovi ma anche usati,
pietroline d'incenso,
ambrate pepite di profumatissima mirra,
polvere giallognola, penso si chiami henna, con la quale si tatuano le donne arabe nelle grandi occasioni
, le futas, gli onnipresenti parei degli yemeniti,
misurini in coccio per le spezie,
la donna dal velo nero tiene in testa un catino enorme,
abili arrotini,
grosse foglie di tabacco,
argenti e preziosi,
la bancarella di corde colorate,
il profumatissimo mercato delle spezie,
in una vetrina il divieto di entrare armati nel negozio,
intarsiatori di manici di jambiyah, i tipici coltelli ricurvi yemeniti.

Neanche a dirlo, la via dei venditori di qat è la più affollata, quasi non ti muovi. Voglio scattare alcune foto al mercato del qat, so bene che non è una buona idea, ma è un ricordo troppo particolare ed unico.
Trovo un punto rialzato, riparato da due venditori ambulanti, la luce è pessima ma riesco comunque a scattare qualche foto. Un venditore mi vede, mi guarda male, mandandomi a quel paese; un altro, mi chiede soldi, ma io non capisco, e faccio finta di nulla, sorridendogli.

Il suq è enorme, davvero affascinante. Dopo un paio d'ore, mi sono assolutamente perso ma non m'importa, vago per il mercato, senza la minima intenzione di sapere dove mi trovo.
Bevo l'ennesimo succo di mango, ormai è diventato quasi una droga. Dopo un'altra oretta ho come l'impressione di star girando in tondo, anche se scopro ogni volta particolari nuovi, e merci interessantissime. Credo che nulla come il mercato, possa descrivere al meglio usanze, abitudini, vizi e pregi di un popolo.

Prendo come riferimento il minareto più alto, notato in mattinata e riesco ad uscire, a malincuore, dall'intricato intreccio di stradine, voci, colori e profumi che è il suq di San'a.
In città, sono tantissimi gli uomini che sfilano per le strade con il loro jambiyah, il pittoresco pugnale uncinato che si infila nella cintura, all'altezza dell'ombelico, ed è simbolo di gran virilità. Nulla di più scomodo ed inutile penso, sebbene anche loro, probabilmente, diranno lo stesso delle nostre cravatte.

Mi fermo in una piazza. Al suo interno, delimitato da un muretto, un bel cortile con tre alberi, le belle case tipiche di San'a lo circondano come un'arena. Per come è costruito, mi piace pensare che un tempo le sue belle panchine fossero un punto di ritrovo, oppure che fosse sede di un piccolo mercato. Un vecchietto è seduto all'interno e, come fosse il custode, vedendo il turista particolarmente interessato prendere appunti nel suo cortile, lo saluta e gli sorride con gran entusiasmo.
Ancora un altro entusiasmo ti farà pulsare il cuore.
Nuove possibilità per conoscersi
e gli orizzonti perduti non ritornano mai
,
commenta Battiato nelle orecchie del turista.
Proseguo il giro nella città vecchia, il vecchietto andando verso la moschea recita, tenendolo in mano, una sorta di rosario. I bimbi di San'a salutano con grande simpatia, dicono hallo.

L'orgogliosa pudicizia dei veli neri, è inattaccabile. Anche qui, nella capitale, non c'è volto di donna scoperto. Un piccolino gioca con un enorme ramo di palma nell'orto, nella piazza della moschea si divertono a lanciarsi un'arancia dei ragazzini, scalzi, non facendola mai cadere.
Siamo nella capitale: fino ad oggi, in otto giorni, avevo incontrato un paio di turisti occidentali e due uomini d'affari. Qui non è così, i turisti ci sono, incontro almeno quattro gruppi organizzati con le guide. Mi guardano, chi con scetticismo per il viaggio solitario, chi forse con invidia per chi vaga libero per la splendida San'a, senza obblighi ed orari.

La sera un carretto si rovescia in mezzo alla strada, in pochi secondi ecco giungere di corsa, attraversando la strada, almeno una quindicina persone. Ad aiutare. Caspita, penso, questo rispecchia proprio lo spirito di questa gente: non so sinceramente cosa sarebbe successo da noi.
Al ristorante, come da abitudine, solito foglio di quotidiano come tovaglia. Ordino un piatto di carne, il ragazzo ribatte "milk meat"... non ho scelta, arriverà una specie di bollito, con un contorno di verdure lesse in umido, chiaramente speziatissimo e piuttosto gustoso.

Alessio Balbi
 
 
 
 
 
 
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San'a
© foto: Alessio Balbi
 
   
 




 

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