Dura solo un'ora, ma è un'ora di pugni nello stomaco degli spettatori intervenuti alla prima nazionale - martedì 9 maggio al Teatro Duse di Genova - del nuovo testo che
Laura Sicignano ha scritto (insieme ad
Alessandra Vannucci) e diretto.
Già il titolo, mutuato dall'omonimo saggio di
Francesco Vignarca, cui
le autrici hanno attinto, ossia
Mercenari S.p.a è, di per sé, secco ed inquietante.
Il tema di quest'ultima realizzazione del
Teatro Cargo (in scena al Duse
fino a sabato 13 maggio e poi
venerdì 19 al Teatro del Ponente a Voltri) è di scottante e drammatica attualità. Tratta l'
attività delle cosiddette
Private Military Companies, ufficialmente fuorilegge per l'O.N.U., ma di fatto ramificata in tutto il Pianeta. È un
business enorme e poco noto al grande pubblico, che vede moltiplicare in maniera esponenziale i dividendi degli azionisti delle società private che offrono servizi bellici e di sicurezza.
Già dagli anni '80 del secolo scorso operano a fianco o
in vece degli eserciti ufficiali e, sovente, eseguono il lavoro più sporco nei contesti di guerra o di guerriglia, specie nel Terzo Mondo, dalla Sierra Leone alla Colombia, ma anche nella vecchia Europa, come avvenne nella ex Jugoslavia.
Ma è dalla
Guerra dell'Irak che il fenomeno si è posto prepotentemente all'attenzione della pubblica opinione, con il logico bagaglio di infuocatissime polemiche. E qui bisogna notare come non venga eluso il momento senz'altro più tragico e toccante, anche perché ancora non storicizzato, il più difficile da dibattere in Italia e ancor di più a Genova: la vicenda umana del concittadino
Fabrizio Quattrocchi. Poteva essere scelta la scorciatoia opportunistica dell'ignorarla o quelle della "condanna" o della "santificazione", entrambe dai connotati troppo ideologizzati e forse troppo poco rispettosi dell'uomo. Lascio allo spettatore la libertà (come d'altronde fanno le autrici) di giudicare da sé, anche se, personalmente, ne apprezzo la delicatezza, tanto ardua in tale contesto.
Ma è l'intero argomento, oggetto del testo teatrale, ad essere affrontato, a mio parere, nella maniera giusta, ovvero senza enfasi e senza tesi ideologiche o politiche precostituite, anche se l'orrore per la guerra è evidente e dichiarato, ma penso che ciò unisca (debba unire) tutti, senza distinzioni di sorta. Non c'è mai spazio per compiacimenti, né si fa leva su facili artifizi per creare attenzione o commozione. Non si vedono armi, né sangue, né morti, né torturati (anche se, quasi naturalmente, se ne parla molto). E la recitazione dei tre attori - le consuete colonne portanti del Cargo -
Riccardo Croci,
Marco Pasquinucci e
Maurizio Sguotti, è severamente contenuta da una regia attenta a che non si debordi mai e a mantenere un ritmo incalzante ed una tensione altissima in scena (ed anche in platea).
Sul palco, arredato in modo essenziale e cupo quanto basta piombano, dall'alto e non a caso, oggetti via via simbolici quali, ad esempio, maschere etniche, una bicicletta, una giacca, che lo riempiono dei personaggi cui vogliono alludere.
Le musiche originali di
Enzo Monteverde, interpretate da
Lorenzo Capello (batteria e percussioni) con grande forza, con i rap e le esercitazioni vocali di
Esmeralda Sciascia (da migliorare la loro resa sonora per renderne più ascoltabili i testi) accompagnano discretamente, ma alzando i toni a segnare i momenti più intensi dello spettacolo.
Al termine gli applausi premiano autori & attori e lasciano nei cuori emozioni forti e nelle menti parecchio (davvero) su cui riflettere.
Un appuntamento da non mancare.
Giovanni Villani