A luce spenta latrati umani irrompono in sala.
È la voce di Bobò, è il suo modo di comunicare ma non tutti lo sanno. È l'Urlo.
Sulla scena in semioscurità case a un piano, disposte in semicerchio l'una accanto all'altra.
È
Urlo, di
Pippo Delbono al
Teatro della Corte, fino a sabato
29 aprile 2006. Ventiquattro interpreti sul palcoscenico per raccontare un incubo, di quelli che la voce ti si strozza in gola e l'urlo esce ma non abbastanza forte per invocare aiuto. La crocifissione umana giornaliera nel mondo. L'urlo iniziale include una lallazione disperata che sembra l'invocazione prima, quella che il neonato rivolge alla madre, quella per la sopravvivenza quando ancora le parole non contano.
Pippo Delbono poeta delle sofferenze umane, quelle perpetrate dall'uomo sull'uomo, prosegue la sua indagine nell'universo del dolore dentro un teatro di vite umane complesse. I suoi attori sono più che mai interpreti in carne e ossa di un male di vivere che nasce dal disagio di essere in una vita che non si è chiesta. Di stare in un mondo che non si era previsto a quel modo. Di esistere nonostante l'evidente sofferenza e rifiuto del vivere.
Non c'è finzione nel teatro di Pippo Delbono, c'è creazione. La sua poesia spesso blasfema, iconoclasta, sovvertitrice delle regole invoca il sacro del naso, delle mani, di tutto ciò che l'uomo detiene e che è la via per la costruzione in positivo delle cose, ma il suo sacro è anche nel
buco del culo, perché non è necessario nascondere l'essenza umana in alcuna forma.
Quale storia dunque va in scena?
La Pasqua. La storia dell'uomo e della donna, di molti uomini e di molte donne, una vita che Delbono paragona a quella di un carcere dove si perpetrano mille soprusi, mille e mille torture e dove ogni giorno è lungo un anno, mentre le alte mura, costruite con i mattoni della vergogna, nascondono a Cristo ciò che accade: «come gli uomini riescano a mutilare i propri fratelli», proprio come Cristo fu mutilato.
Nel palco semicircolare va in scena il circo, il teatro di Bertold Brecht, la pantomima, la guerra, le maschere, la poesia pura (lasciata alla voce di
Umberto Orsini e agli interventi di Delbono stesso), la strafottenza dei potenti, la tragedia, l'epica, il bucolico e il musical con coreografie alla
chorus line sulle note da spiaggia anni '60 - spaventando una povera capra
caduta in scena come essere sacrificabile e forse anche lei agnello redentore, evocazione della Pasqua. Non c'è limite a quello che si può mettere in scena riflettendo sulle nefandezze umane, sugli
oscuri meccanismi che separano il sacro dal profano e che quasi mai coincidono con parametri obiettivi. Perciò oltre al circo, agli ubriachi, alle suore che vendono sassi, all'uomo torcia consumato come terra dalle fiamme eterne, alle telefoniste erotiche, al Papa, al re e ai principi, va in scena anche il Cristo in croce in un costume femminile da bagno, nero con fiori rossi sul seno e tanto sangue in viso.
Vuole gridare tutto quello che la buona società nasconde Pippo Delbono,
vuole gridare di tutti gli abusi che in nome del sacro si sono consumati. Di tutte le violenze, anche di quelle in nome di una religione o di un trono da occupare. La sua è un'invettiva che passa soprattutto per
tableau vivant musicati, per costruzioni artistiche, per parole metaforiche e per alcune grida che gli interpreti risolvono ora recuperando il loro dolore infantile, ora quello dello spavento adulto, ora quello che mai hanno potuto pronunciare.
Seguendo un canovaccio che ormai sigla lo stile del suo teatro, fatto dal suo gruppo di lavoro dei compagni storici "non attori" dalla straordinaria esperienza (Pepe e Gustavo, Bobò, Gianluca e Nelson, e altri ancora), fatto di tantissima musica - tra cui brani sacri della Congregazione di Sessa Aurunca, canzoni della Banda Musicale del Testaccio di Roma (eseguiti a Genova dalla Filarmonica Sestrese), e poi
Lully,
Stessa spiaggia (Piero Focaccia); e
Giovanna Marini non solo voce nelle repliche genovesi, ma cantautrice in scena con la sua chitarra e melodie uniche, (l'ultimo brano è "Batanlotto" ) - fatto di molti cambi di scena, tanto movimento e pochissima parola - rigorosamente poetica -
Pippo Delbono è in scena con i suoi interpreti, con il suo lavoro di gruppo, con il suo dolore,
con la sua voglia di deragliare e di fare il matto. Chi è matto, chi è diverso sulla scena segue percorsi netti, movimenti prestabiliti, un ordine esecutivo molto delineato; chi non lo è, qui dà sfogo alla pazzia corporea e mentale che più lo aggrada. Ma chi è matto o diverso e chi non lo è? Normalità e follia si fondono nella sacra creazione individuale di cui ognuno e tutti insieme nel teatro di Pippo Delbono sono responsabili.
È violento l'impatto e, anche se un primo tempo non c'è, qualcuno se ne va orrificato, un po' come dice la signorina in vestaglia rossa al suo telefono rosso: «C'est un horreur. Accrochez». D'accordo o no con l'abuso di potere artistico che va in scena, lo
show continua disturbato dagli interventi di Pippo che, forse a questo punto, potrebbe limitarsi a fare il poeta e lasciare lo straniamento nelle mani della sua poesia, della sua regia fuori scena e dei suoi ottimi interpreti.
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Teatro della Corte - fino al 29 aprile ore 20.30
Urlo, di e con Pippo Delbono
con la partecipazione di Giovanna Marini e Umberto Orsini
con Fadel Abeid, Dolly Albertin, Gianluca Ballarè, Raffaella Banchelli, Bobò, Viola Brusco, Enkeleda Cekani, Margherita Clemente, Piero Corso, Lucia Della Ferrera, Ilaria Distante, Claudio Gasparotto, Gustavo Giacosa,Simone Goggiano, Elena Guerrini, Mario Intruglio, Nelson Lariccia, Gianni Parenti, Mr Puma, Pepe Robledo, Marzia Valpiola
scene Philippe Marioge
luci Manuel Bernard
Emilia Romagna Teatro Fondazione
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