È tornato Celant, e come al solito l'attesa intorno alla nuova mostra a
Palazzo Ducale è quella riservata ai grandi eventi.
Tempo Moderno. Da Van Gogh a Warhol. Lavoro, macchine e automazione delle Arti del Novecento, che si apre al pubblico venerdì 14 aprile (fino al 30 luglio), fa parte degli appuntamenti per i 100 anni della CGIL ed è appunto la prima mostra cittadina firmata dal critico genovese dopo
Arti e Architettura (2004).
Il tema è lineare, affascinante e corposo: ricostruire l'
emergere del lavoro industriale dalla prima rivoluzione della macchina a vapore, fino alla smaterializzazione dovuta all'ultima rivoluzione, quella informatica.
Fra questi due passaggi fondamentali per l'umanità, si saldano la galoppata positivista dell'800 a base di carbone e acciaio ed il presente virtuale di oggi: eccolo qui il
Tempo Moderno, un po'
old economy e un po'
new economy.
«Dal 1860 al 1960 circa, l'idea di rappresentare il cambiamento della funzione del lavoro appassiona tutte le avanguardie», analizza il critico genovese. È una rappresentazione che oscilla fra
amore e odio, fra denuncia e entusiasmo: ai contadini piegati sotto il sole di Van Gogh fanno da contraltare gli entusiasti operai del realismo sovietico.
Un percorso che si snoda evolvendosi inesorabilmente. «Dall'umano al post-umano», sintetizza Celant. Dal robot umanoide di
Nam June Paik che campeggia nella prima sala, ai bracci meccanici - veri - che chiudono la mostra cancellando ogni riferimento alla morfologia umana.
La struttura della mostra gioca costantemente sulla
dialettica presente-passato: una polarità sottolineata anche dall'allestimento, che come un ipertesto evidenzia con una banda gialla le immagini dell'oggi.
Quadri e fotografie spadroneggiano. Le installazioni sono pochine: al decimo dipinto con operai si comincia un po' ad annaspare e pazienza se è
Léger o
Tatlin. Per fortuna le fotografie sono di una bellezza da togliere il respiro (e consegnano a
Edward Burtynsky il consueto
Prix Coup de Foudre di mentelocale.it) proponendosi come il vero
fil-rouge della mostra, cordone ombelicale fra creazione artistica e realtà. A spalleggiare la fotografia arriva presto il
cinema, nato guardacaso con
La sortie de l'usine Lumière, che vede protagonisti proprio i lavoratori e la fabbrica. Alcuni schermi, con spezzoni di film o documentari, contribuiscono infatti a rifinire le varie tematiche con felici cortocircuiti: come quando alle foto di mondine di Tournon rispondono
Riso amaro e la
Coppia al lavoro nei campi Van Gogh.
Via via che ci si addentra nelle sale, la sostanza si inspessisce, andando a toccare pressoché tutti i temi del lavoro.
Ci si ferma davanti alle tetre fabbriche di
Sironi, ai collage-manifesto di
Klucis, alle splendide foto di
Salgado, Rodcenko e
Sander. Incisive le installazioni, come l'impiegato-fantoccio del videoartista
Toni Ourseler, la New York asettica e surreale degli uffici di
John Pilson, il bellissimo robot-manager che si fa avanti sgomitando e strisciando di
Momoyo Torimitsu, e la
preghiera delle macchine di
Pavel Mrkus che chiude la mostra con tocco ironico.
Qualche sorpresa, come una teletta di Philip Evergood, con l'operaio-massa che va al lavoro levando lo sguardo al monumento al milite del 15-18, il soldato-massa. O
Le proletarie di
Hans Baluschek. Poi ci sono i
big, ma un po' sottotono:
Arman, Oldenburg, Warhol, Van Gogh.
Sintesi finale di Germano Celant: «fra gli investimenti industriali c'è anche la cultura: fare mostre sul lavoro porta anche lavoro».
Fra le iniziative collaterali, il consueto biglietto Brunch + Mostra di Mentelocale diSopra
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