Amsterdam. Acchiappare i vips della Rete è molto più facile di quello che sembra. Il mass mediologo olandese Geert Lovink risponde alle e-mail con una velocità disarmante.
Lovink è uno dei massimi esperti di Internet: membro di , fondatore della mailing list , che conta migliaia di iscritti sparpagliati nel mondo. Ha scritto Dark Fiber (Sossella Editore, 2002, pp. 281, 18 Eu) e più di recente Internet non è il paradiso (Apogeo, 2004, pp. 352, 22 Eu).
Il 16 marzo scorso era a Milano, invitato al ciclo di incontri dal titolo Meet The media Guru, dove ha parlato del suo ed esposto il nucleo della teoria su cui lavora da anni, la Net Critic. Ha parlato di blog, di potere online, di democrazia della rete. Dal nostro rapporto epistolare è nata quest'intervista. A voi.
Cosa intendi quando parli di "immanent net critic" (critica immanente alla rete)?
«Il critico immanente è qualcuno che non ha più bisogno di fare riferimento ad altri media ma può giudicare Internet e la propria cultura di per sé. Al contrario, ciò che leggi oggi nei media tradizionali a proposito della rete è ancora legato alla questione della sua novità. "Qual è l'ultima news?", "Cos'è più cool?"
Fortunatamente non ci facciamo più queste domande quando parliamo di automobili: guardiamo caratteristiche specifiche o discutiamo di temi più generali, come il loro impatto sulla società e sull'ambiente. Con la rete dobbiamo fare altrettanto e andare oltre la questione delle sue potenzialità».
Perché il virtuale spaventa ancora molta gente intelligente, e anche molti intellettuali?
«Internet mette in dubbio le gerarchie della conoscenza come sono esistite fin'ora. Non crea una struttura piatta, assolutamente no, ma genera nuove strutture di potere.
Inoltre, gli accademici trovano lavoro solo se sono presenti
nella galassia Gutenberg [cioè pubblicano libri, n.d.r] e se mostrano apertamente il proprio disprezzo per la rete.
La stessa cosa può essere detta a proposito degli intellettuali pubblici. La rete crea celebrità proprie, l'ascesa dell'amatoriale spaventa molto perché rappresenta il declino dell'autorità, un fenomeno già evidente. La conoscenza diventa così un terreno fangoso. La cosiddetta "amateurizzazione di massa", fatta da coloro che lavorano gratis e producono contenuti di bassa qualità, significa brutta pop music, video pessimi: chissà come mai, questo dà veramente fastidio al potere».
Ecco, come mai?
«È un fenomeno sottile: si tratta di una tarda (troppo tarda) forma di democratizzazione, avvenuta molti decenni dopo i Sessanta in una dimensione non politica».
Nei tuoi scritti sostieni che il mondo reale e quello virtuale sono strettamente connessi, non sono due entità separate. Cosa intendi?
«Internet non è un mondo parallelo, credo che questo sia chiaro. Magari lo fosse. Il problema è che le reti sono sono sempre più parte della nostra vita quotidiana, non sono più pure e innnocenti, ma sempre più contaminate da agende fisiche».
Quali sono le "sporche dinamiche" della vita quotidiana che infettano la Rete?
«Il potere infetta il cuore dell'architettura della rete.
Normalmente si pensa solo a qualche politico malvagio di qualche regime autoritario, che censura la propria parte di Internet. Ma ci sono anche le intranet aziendali, che filtrano i programmi e restringono gli accessi con i firewall».
Alcuni esperti prevedono nuove forme di controllo della rete nel prossimo futuro. Si pensa alla possibilità di classificare i bit in termini di valore (con precedenza a chi paga) o di limitare la libertà di navigazione per creare una zona franca per il business.
Pensi che succederà sul serio?
«Sì, e molto altro deve ancora arrivare. Più siamo integrati nella società, meno questo mondo rimane innocente. Ma questo non dovrebbe sorprenderci perché siamo noi a volerlo: accesso pubblico. Non si tratta di Internet solo per noi, ma di uno strumento per tutti, incluse chiese, mafia, grande business, casalinghe annoiate, venditori di macchine, eroinomani, etc etc».
Cosa vuol dire che "internet non è il Paradiso"?
«È la traduzione italiana del titolo del mio ultimo libro (My First Recession in inglese). Ad essere onesto non ne capisco molto il senso: non ho mai incontrato
qualcuno che pensasse ad Internet come al paradiso e poi sia rimasto deluso.
Internet non enfatizza il buono che c'è nella gente, al massimo è uno strumento di trasformazione. Il web ti muta in qualcosa di diverso, ti porta altrove. Non hai più il senso del tempo e dello spazio. Ti perdi, navighi, fai finta di essere qualcun'altro, trovi nuove informazioni. Questo non è il paradiso. Ma può portarti verso nuove direzioni, farti passare qualche ora piacevole distante dal lavoro, o dalla noia della vita quodiana».
Cosa fa veramente la differenza tra vecchi e nuovi media?
«I nuovi media sono molto più adatti ad un'interattività immediata. La velocità è impressionante, e oltre tutto dà dipendenza. Significati e strutture sociali vengono diluiti, si creano nuove relazioni ma sono inevitabilmente più fluide».
Cosa succederà nei prossimi anni?
«Il Web 2.0, potenzialmente, può rompere tutte le barriere e le frontiere, ma questo non è ancora in agenda.
Oggi si parla molto di proprietà intellettuale e sicurezza, e le reti sono parte del problema.
Nell'ultima decade le strutture esistenti hanno dovuto far fronte a una continua domanda di cambiamento, ma il cambiamento è sempre faticoso. Se penso che questa difficoltà fermerà lo sviluppo di applicazioni interssanti? No».
Nettime non esiste in italiano. C'è qualche ragione in particolare?
«La cybercultura indipendente in Italia è molto forte. Forse non ne hanno bisogno, anche se ci si può sempre provare, non è mai troppo tardi.
Il vosto paese è uno dei più attivi in Europa, ci sono molti movimenti (, , , e altri), ma la penetrazione di Internet è piuttosto bassa; per questo la cultura digitale rimane sostanzialmente una contro-cultura. In Olanda non è così: i nostri media tradizionali non sono controllati da una persona sola - come dal vostro Berlusconi - ma Internet non è un luogo sicuro per gli oppositori, è soggetto a tutti i trend presenti nella società.
Forse Nettime dovrebbe andare oltre l'agenda degli anni Novanta, in cui era guidata da una coalizione di artisti e attivisti. Oggi non c'è più molto da scoprire o discutere le potenzialità della rete. La questione è: vogliamo utilizzare l'incredibile potenziale che sta sulle nostre dita? E se sì, per quale causa?».