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Cultura
Libro Annamaria Fassio
 

Sotto la pioggia negli anni di piombo

 
L'ultimo libro di Annamaria Fassio esce con Frilli. Un'intensa spy story tra la colonna genovese BR. Presentazione alla FNAC il 22 marzo
 
   

     
21 marzo 2006
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mentelocale di
Laura
Santini
   
Genova. Piove. Piove qui come nell'ultimo romanzo di Annamaria Fassio, Come torrenti di pioggia, un noir che ci riporta indietro alla Genova degli anni di piombo e alle Brigate Rosse, (mercoledì 22 marzo il volume sarà presentato alla FNAC, alle 18 da Giuliano Galletta, con l'autrice). Uno scroscio intenso e ininterrotto, spesso contraddistinto da tuoni segnala i momenti più profondi di questo libro-inchiesta. «Si è scritto da solo -afferma con un certo sorriso che non vedo Annamaria. Uno dei pochi. Di solito faccio molte stesure quando scrivo, apro una moltitudine di file». Annamaria parla con una certa fretta come se il libro stesso, fresco di stampa -e non per Mondadori, ma per la piccola genovese Frilli- facesse pressione su di lei mentre mi racconta. «Ho cominciato a scriverlo quattro o cinque anni fa. Ci sono molto affezionata, per questo ho pensato che una casa editrice più piccola e attenta fosse l'ideale. E poi i Frilli stanno lavorando molto bene sul territorio e sono rimasta anche molto contenta della grafica. Un'ottima collaborazione». Nel frattempo il ritmo di pubblicazione della sua serie di gialli Mondadori non vede arresto: «Ne ho appena licenziato uno, che credo uscirà in ottobre, ma sui titoli non mi sbilancio mai, è una mia cabala. Dopo Tesi di laurea (vincitore del Premio Tedeschi nel 1999), la frequenza è stata pressappoco annuale, generalmente ogni ottobre un nuovo lavoro, mi sono fermata solo nel 2000».

La pioggia c'è qui oggi per noi e si beffa della nostra primavera, ma c'è nel libro perché è nel ricordo di Annamaria degli anni '70: «Non ho un bel ricordo di quei tempi. Mi sentivo impotente come molti. Lavoravo nel sindacato e facevo molte cose. Mi tornano in mente in particolare le due manifestazioni dopo la strage di Brescia (Piazza della Loggia, 28 maggio 1974) e quella dopo l'uccisione di Guido Rossa (24 gennaio 1979). Per quest'ultima eravamo disperati, sotto una pioggia battente. Il corteo era imponente e quando si fece un minuto di silenzio, fu impressionante il risultato prodotto da quella folla immane. C'era un senso di disagio che sovvertiva tutto».

La vicenda di Antonia Rossetti è raccontata in parte da una voce narrante che procede nella storia come lungo tracce sparse nel tempo e nello spazio, inseguite da poliziotti e giornalisti, da ricostruire, e in parte attraverso un corsivo che segnala la testimonianza della sorella di Antonia, Emma Rossetti. «Mi intriga molto il rapporto tra sorelle. È un po' il filo rosso delle mie narrazioni: i legami parentali tra sorelle, cugine, nipoti ecc.» Ma a questi due piani del racconto se ne aggiunge un terzo che si colloca alla fine di ognuno dei sei capitoli. «È l'indagine di un magistrato soprannominato Sentenza tesa a incastrare il colonnello Grande. Sarà lui l'animatore dell'intricato complotto. Sentenza con precisione mette a fuoco vari passaggi che all'inizio non sembrano perfettamente coincidenti con la storia. A mano a mano questi finali diventano sempre più corposi. Sentenza è un bel personaggio, positivo, un esponente di Magistratura Democratica, che nasce proprio in quegli anni, così come d'altra parte Arcangeli è impegnato nel sindacato di polizia (altra realtà benigna del periodo nero). Entrambi detestano il mondo in cui si muove Grande».

Ma qui vi abbiamo già detto troppo e invece il libro merita proprio di essere letto: per la sua scrittura scorrevole, per i capitoli brevi, per i continui salti di tempo, persona, luogo, per una certa indulgenza verso il paesaggio, che spesso si trasforma in pura orografia strategica, per le citazioni che aprono i capitoli (due liriche di Mao Tse-Tung, la n° 26 del 1957, scritta in morte della prima moglie, da cui è tratto il titolo del libro; e la n° 34, più politica scritta nel 1961) e perché, come afferma Annamaria: «è una storia sul terrorismo accattivante e non noiosa, scritta per necessità. Era da molto che avevo questa idea in testa. Ad un certo punto ho cominciato a chiedermi che cosa aveva spinto questa meglio gioventù nelle braccia del terrorismo, mi interessava molto anche il discorso del sommerso, dei servizi deviati, delle trame nere. E così è nato un libro che è una via di mezzo tra una spy story (con infiltrati, organismi paramilitari, giornalisti e indagini) e una storia psicologica, (quella che attraversa Emma nel confronto con se stessa e con una sorella che non ha mai conosciuto e da cui in fondo si sente presa in giro, ma questo filone emergerà più lentemente)». Sulle fonti, Fassio è precisa, due i libri consultati in particolare: I giovani non sono piante. Da Trento 1968 a Bologna 1977 (SugarCo Edizioni, 1978) di Aldo Ricci e Mara, Renato e io. Storia dei fondatori delle Br (Mondadori, 1988), di Alberto Franceschini. A proposito della lingua scelta e, in particolare, delle sfasature temporali, Annamaria mi ricorda che è una formula già usata nel suo primo libro, Tesi di laurea, mentre il linguaggio, sobrio, tende ad uno stile più giornalistico che narrativo «esporre i fatti. Sono stati anni così terribili che non ha senso oggi, raccontandoli, schierarsi. Eravamo inermi cittadini alle prese con una storia più grossa di noi».

Prima di chiudere la nostra conversazione chiedo a Annamaria qual è il suo personaggio preferito. «Mi piacciono tutti», risponde. Poi però ci ripensa e mi dice: «Antonia, perché vittima predestinata, emblema di una parte di quella gioventù manipolata; e Giuseppe Lombino, il giornalista, un moderno Don Chisciotte». È qui che Fassio mi fa un piccolo omaggio, «Ti svelerò che il nome del personaggio giornalista, Lombino, è il vero cognome di Ed McBain, Salvatore Lombino, a cui è dedicato il libro e con cui sono rimasta in stretta corrispondenza, per sette anni, fino al maggio scorso. Una bellissima persona».

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