Parigi. Il maledetto
cépéu (CPE) - così lo pronunciano i francesi - non è stato il pretesto per inventarsi un nuovo '68, la fantasia ce l'ha messa il potere. Nel senso del governo francese più i giornali. Scrivo da quasi-turista che, capitata a Parigi proprio nelle giornate calde,
ha finito per lavorare invece che godersi la mezza vacanza. Per altro non mi sono persa niente dell'
occupazione del centro da parte delle forze speciali e non riuscirò più a pensare alla città senza l'urlo delle sirene ripetuto ossessivamente giorno e notte.
Il mio albergo era in St. Germain, in una strada all'angolo col famoso
Café de Flore, quello degli esistenzialisti, poco lontano dall'appartamento dove
Ionesco - alla vista della prima manifestazione del maggio '68 - si arrampicò su un termosifone e urlò, dalla finestra aperta: «Nel giro di un anno sarete diventati tutti notai!» Dargli torto...
Per dire che mi sono trovata per caso o per nostalgia ad abitare per cinque giorni se non nel cuore della zona calda, almeno ai margini. Così mi sono fatta un'idea, anzi parecchie, dai segnali che ho visto, dagli amici e colleghi con cui ho parlato e dai ragazzi non più in fuga, ma col fiato corto, che ho incontrato.
Martedì 14 arrivo, mi faccio un giro senza meta, trasportata dai ricordi ma, per inciso, non del '68, allora ero una bambina e l'ho visto in bianco e nero in tivù. Spaventata.
Niente da segnalare o quasi. Il quasi è la gente tranquilla, l'affollamento delle strade a due passi dalle facoltà occupate e sgomberate con la forza. L'indifferenza dei parigini mi colpisce.
Mercoledì 15 prima sorpresa. Dopo l'interminabile visita a una mostra troppo ambiziosa e pedagogica al Beaubourg, torno in albergo più di là che di qua e vedo parcheggiati una ventina di furgoni intorno ai quali si affollano le
forze speciali in assetto antisommossa. Sono quasi buffi: hanno rimpolpato le razioni d'ordinanza con grandi ceste di baguette fresche di panetteria e distribuiscono le minerali ai colleghi che giocano a carte con accanimento, ma con una certa sobrietà, come se gli avessero dato ordine di mantenere un contegno. Vado a cena e mi accorgo che tutti i
boulevard intorno al quartiere latino sono
occupati. Che vuol dire più di un centinaio di furgoni che potranno contenere, a occhio, una decina di flic l'uno. Calcoli approssimativi, sia chiaro. E i parigini continuano a fregarsene mentre gli agenti - con la pancia piena - cominciano a controllare gli strumenti. In particolare le bombolette di gas. Però un po' più di attenzione la fanno,
les citoyens, certi segnali danno fastidio: quando vedi che piombano i tombini, tolgono le grate intorno agli alberi e i bidoni della spazzatura, ti tocca proprio pensarci su. Chissà perché cominciano a sembrare sospettosi, invece che rassicurati dalle
forze d'occupazione.
Giovedì 16 è il giorno della prima manifestazione. Che non è una catastrofe. Ero lontana dagli scontri, all'altro capo della città. Ma guardo la tivù:
i canali francesi riportano una specie di passeggiata, a giudicare dalla CNN sembra di essere in guerra, sempre le stesse immagini di cassonetti in fiamme,
casseur, poliziotti con gli idranti...
E si capisce perché gli americani si fanno certe idee sulla malvagità del resto del mondo. Nel frattempo
Le monde contribuisce in modo determinante al patatrac con un titolo tipo
Voglia di '68. Complimenti. Hanno deciso di cavalcare una tigre vecchia e sdentata, un po' preoccupati perché fino a quel momento avevano minimizzato. Tutti i giornali francesi, almeno sino a giovedì, avevano la stessa posizione. L'unica testata attendibile era il vituperato
Parisien, giornale assolutamente locale -tipo vecchietta investita da pirata- e proprio per questo l'unico a riportare la vera cronaca di ciò che sta accadendo a Parigi.
Questo è un giorno determinante, ha cambiato tutto e, per puro caso, mi ha fatto capire com'è andata. Rientro in albergo dopo cena e scopro che
hanno transennato il quartiere. Mi chiedono il pass per entrare. Non ce l'ho naturalmente, mentre i residenti, che invece esibiscono il lasciapassare, sì proprio un pezzo di carta, non un documento d'identità, se ne tornano a casa. Io invece giro intorno alla zona proibita e mi dico: certo che hanno fatto in fretta a distribuire i pass, urca come sono organizzati. È vero che non ho fatto il '68, ma il '77 e dintorni sì. Questo spiega perché non sono disposta a correre incontro ai manganelli per vedere come va a finire. Già dato, oltre che madre di famiglia (in Italia è sempre un'ottima giustificazione).
Però mi è rimasta una mentalità sospettosa e diffidente. E capisco che il pass è la tessera mancante del puzzle in questo modesto
noir senza morti ma con tante teste rotte e occhi pieni di lacrime.
Non hanno fatto in fretta a distribuire i pass, lo avevano già fatto da chissà quanto tempo. Il governo, terrorizzato all'idea di un nuovo '68, aveva scelto la
prevenzione. Quella del tipo: diamo una lezione indimenticabile ai ragazzini e facciamo sentire al sicuro la popolazione. Errore di valutazione imperdonabile in Francia.
I ragazzini si sono rivelati più duri del previsto e i francesi gli stessi di sempre. Appena hanno sentito odore di azione di forza, si sono incazzati. Chi aveva fatto il '68, chi aveva visto l'occupazione, chi semplicemente era ancora legato a
liberté, égalité, fraternité... non ci hanno visto più. E il consenso nei confronti degli studenti è passato dal 46% al 64%. Senza contare che parecchi di questi ultimi hanno cominciato a pensarci seriamente, alla voglia di '68.
continua...