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Società & Tendenze
Michele Serrano
© foto: Giuliana Traverso
 

In diretta dal girone infernale

 
E' l'inviato di "Peccati", il patron delle "Colonne" e la penna più graffiante della città. Michele Serrano si racconta a mentelocale
 
   

     
20 marzo 2006
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di
Giulio
Nepi
   
Genova. In città molti non lo sopportano, altri non possono farne a meno. Noi come al solito siamo nel secondo gruppo e ve lo presentiamo. È Michele Serrano: amabile padrone di casa alle Colonne di San Bernardo, linguacciuto gossiparo sul Lavoro-Repubblica sotto le mentite spoglie di Angiolina Priod, nonché inviato dal "girone infernale" in Peccati, la trasmissione di Primocanale ormai trasformatasi in mini-cult zeneize (venerdì ore 21, in replica la domenica stessa ora).
Insomma, scegliete voi sotto quale aspetto pensarlo e non preoccupatevi se non riuscite a incasellarlo: «mi chiamano la polivalente», dice lui, sornione e impeccabilmente abbigliato. «Ho fatto tante di quelle cose: teatro con Lindsay Kemp, l'antiquario, il giornalista d'arte...».

Ma la vita pubblica comincia ufficialmente nel 1999, col Balcone...
«È stato come cambiare pelle. Tra l'altro non conoscevo nessuno a Genova perché avevo vissuto a lungo fuori. Devo dire di averla ritrovata in un momento e in un luogo felice. E soprattutto ho scoperto di piacere alla gente: pensare che ero convinto del contrario. Molti dei miei amici di oggi li ho conosciuti lì».
Ricordo che molti non dicevano "Vado al Balcone", ma "vado da Michele Serrano".
«In oriente ho imparato quanto sia importante accogliere e sorridere. Questa è stata la chiave di tutto. Sarà perché sono mezzo siciliano, ma mi porto dietro un senso greco dell'ospitalità, che è sacra».

Il mondo, una della passioni di Michele. «I viaggi, sia ben chiaro, si fanno preferibilmente da soli: sennò non parli con la gente. Viaggiando ho conosciuto persone straordinarie che mi hanno aperto la testa».
Si prepara una sigaretta, ordina un caffè americano. «La vita devi viverla a 360°, devi poter fare tutto. "Ah io non ce la farò mai" è una frase che non mi sentirai mai pronunciare, a parte magari», sorride, «di fronte all'arrampicata su roccia: soffro di vertigini».

Come è nata Peccati?
«Da lontano. Qualche anno fa mi invitarono in tv. Io pensavo di essere fra il pubblico e invece mi ritrovo intervistato, fra la Vincenzi e Plinio. Un invito a nozze: ci sono andato giù di piatto, ho parlato solo io. Da allora mi hanno chiamato spesso».
In effetti buchi lo schermo.
«Così sembrerebbe. Comunque ci sono voluti tre anni di proposte prima che si concretizzasse qualcosa. E devo dire che Peccati ha un'audience notevole».
Ti trovi a tuo agio nel "girone infernale"?
«Molto. Soprattutto con i giovani. Sono un grande ribelle, un provocatore. Personology sulla mia data di nascita diceva che era "Il giorno del Liberatore". E la provocazione è in effetti una liberazione: le persone sono spesso represse, si tengono nascoste cose che ritengono inconfessabili. E io - che ho un certo intuito - vado a mettere il ditino proprio lì, spiazzandole. Così ci si libera. In fondo siamo tutti esseri umani e in quanto tali peccatori. La provocazione non è cinismo, anzi, le persone ciniche mi disgustano: rinunciano alla vita, alla speranza».
Parlerai anche dell'omosessualità?
«Si può parlare di tutto, anche della morte, se con grazia e leggerezza. Prendi l'Oscar Wilde de L'anima dell'uomo sotto il socialismo... Voglio fare l'elogio della superficialità! Tuttavia non so se parlerò dell'omosessualità: non voglio diventare una macchietta. Per uno come me nato nel '54 la discriminazione è stata molto pesante, ho visto ingiustizie oscene. In tv se non sei uno che si abbassa al ruolo di parrucchiere o buffone è ancora più difficile: non si accetta che uno con un certo tipo di tendenze sessuali sia bello, colto e abbia successo».

E le Colonne?
«Per quanto mi riguarda la scommessa di aprire un ristorante in via San Bernardo è vinta. Però la situazione del centro storico non si sana solo con la polizia, ma combattendo sul serio i "poteri forti": quei tanti genovesi che affittano a 300 euro al mese una camera senza servizi che ti devi dividere con altri quindici. Io non appartengo ai poteri forti, l'unico potere forte che conosco è quello della seduzione».
Ci dici "Qualcosa di rosa"?
«Ricordo che fu Franco Manzitti, il caporedattore del Lavoro-Repubblica, a propormelo una sera, al Balcone. Ci ho pensato a lungo perché volevo piena autonomia, con libertà di incursione nella cultura e nella politica. D'altronde a Genova non c'è molto gossip: un po' perché i genovesi si nascondono, un po' perché succede in effetti poco. Inaspettatamente la rubrica ha avuto molto successo: tutti si domandavano chi fosse quella puttana di Angiolina Priod. Non lo sapevano neanche in redazione, era un segreto fra me e Manzitti. Oggi è la rubrica di gossip più longeva della città: cinque anni, qualche denuncia, molti screzi. Adesso però sono più buono».
Facciamo controgossip: cosa c'è di vero in Serrano da Chiambretti?
«Trovo Markette una trasmissione divertente, piena di gnocche stratosferiche e di checche. Spero davvero che mi chiami. E sennò non escludo di chiamarlo io...».
 
 
 
 
 
 
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