È in corso una rivoluzione: «una rivoluzione che sta avendo un significativo impatto sul modo di lavorare degli scienziati». Così
Massimiliano Bucchi sintetizza il lungo processo di apertura che sta vivendo il mondo scientifico. L'argomento è stato al centro di un dibattito,
No dialogo col pubblico? No finanziamenti! Ricerca e comunicazione con i cittadini,
lunedì 7 novembre a Palazzo Ducale, al quale hanno partecipato anche
Manuela Arata,
David Boak della
Royal Society, il sociologo
Franco Neresini,
Bronwyn Terrill del Wellcome Trust Sanger Institute di Cambridge ed
Etienne Marcel della Direzione "Scienza e Società" della Comunità Europea.
Sensibilizzare l'opinione pubblica sui temi della scienza è infatti diventato uno dei compiti indispensabili di chi fa ricerca.
La condivisione sociale è ormai fondamentale per contrastare
il pesante taglio ai fondi e
il calo degli iscritti alle discipline scientifiche. Manuela Arata arriva subito al cuore della questione: «non si può pensare che parlamenti e governi siano sensibili se la società non è sensibile. Il dialogo con la società è necessario».
Il
Festival della Scienza è senz'altro una soluzione per avvicinarsi a questi argomenti. Una soluzione di successo: «abbiamo visto conferenze durare un'ora e mezza più del previsto per la quantità di domande!
È anche importante che le famiglie partecipino. Per evitare scene come la mamma in ginocchio davanti al figlio "ti prego fai Ingegneria che almeno capisco cos'è"».
La relazione con la scuola è importante, continua l'Arata, «gli scienziati devono avere rapporti diretti col sistema educativo. Potremmo pensare ad una campagna Adotta uno scienziato'! Prendiamo
Einstein come modello: la sua linguaccia è provocatoria, simpatica e geniale». La formazione deve essere però duplice, e gli scienziati devono imparare a comunicare la scienza: «dobbiamo insegnare ad un ricercatore a non terrorizzarsi se gli telefona un giornalista», insiste l'Arata.
Fra i pionieri della comunicazione scientifica vi è la
Royal Society inglese, che spende ogni anno più di un milione di euro sotto questa voce. «
In Gran Bretagna», avverte però Boak, «
il clima è diverso rispetto all'Italia. Il governo sta infatti aumentando gli investimenti. Abbiamo però bisogno di un numero di ricercatori sempre maggiore per occasioni come queste: bisogna
imparare ad interessare il pubblico e ad utilizzare i media in modo giusto». Senza escludere la televisione, aggiunge Boak, purché la qualità della comunicazione sia alta.
Bronwyn Terrill riporta simili esperienze dal resto del mondo anglosassone: «in Australia nei laboratori del CSIRO viene nominato un responsabile della comunicazione per ogni dipartimento». Al Dolan DNA Learning Center di New York
si è invece puntato molto sul web, con diverse risorse e database navigabili on-line.
E la Comunità Europea che fa? «I soldi che diamo sono una goccia nel mare», ammette Magnien, che getta nella discussione l'elemento politico. In ultima analisi «
sono i politici ad avere l'ultima parola. Ed è anche giusto così». Gli scienziati devono però orientare queste scelte: il dialogo si dimostra vitale per sbloccare i finanziamenti.
Un'affermazione che trova d'accordo anche Franco Neresini: «partiamo dal presupposto che scienza è comunicazione. Dobbiamo semmai chiederci a chi ci si rivolge e con quali obiettivi, perché un conto è il grande pubblico, un altro i decision-maker che aprono o chiudono i cordoni della borsa».
Manuela Arata constata amaramente come «in Italia nessuna istituzione che fa ricerca ha capito che diffondere i risultati equivale a farsi pubblicità». E termina con una proposta: perché non rendicontare la comunicazione, esattamente come si fa con il bilancio finanziario?
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