Vi ricordate Leòn Ribi, l'inventore del tappo miracoloso (
Le meraviglie del tappo Ribi)? Per promuovere le qualità del suo prodotto aveva realizzato un video proprio con Giorgio Bergami. La loro amicizia risale a molti anni prima, quando il fratello maggiore di Ribi lo frequentava, assieme a Fabrizio De Andrè, Paolo Villaggio e Gino Paoli.
All'epoca Bergami era già fotografo. Da poco aveva rilevato l'agenzia Publifoto, nella quale aveva iniziato a lavorare a sedici anni come fotoreporter. Nel corso degli anni la sua attività si è allargato parecchio, è passato alla fotografia teatrale, poi al cinema, ai documentari.
"Per produrre qualcosa di buono devi cambiare spesso, mi dice, altrimenti rischi di rimanere intrappolato nei tuoi temi e nel solito stile. Ho cercato di essere incisivo con le mie immagini e di fare qualcosa di duraturo e concreto". Mi confessa infatti di avere un debole per la fotografia "urbana": la civiltà , le persone, i volti. "Mi piace pensare che la mia foto possa cambiare qualcosa o avere un significato sociale."
E con questo intento trenta anni fa ha dedicato un suo lavoro alla condizione dei malati mentali nei manicomi. Partendo da Genova per arrivare a Cagliari.
"E' stato piuttosto complesso - mi racconta - Non era troppo facile entrare con una macchina fotografica. Per riuscirci mi sono aggregato a personale che doveva produrre una relazione sulla condizione dei malati. Ho cercato di realizzare un gran numero di immagini, sempre con molta discrezione". Le fotografie fecero all'epoca molto scalpore e diversi quotidiani e periodici dedicarono ampi servizi a questa testimonianza. Anni dopo, grazie anche agli sforzi di alcuni gruppi di opinione, si giunse infatti alla chiusura dei manicomi.
Può sembrare strano ma Giorgio Bergami non si è mai legato politicamente e non è mai stato iscritto ad un partito. "Non sono propenso a fare qualcosa del genere. Anche se avrebbe portato diversi vantaggi" Negli anni a seguire, comunque, la sua volontà di "lasciare il segno" si è consolidata.
E' così che nel capodanno 1992/1993 si è recato a Sarajevo. "Mi sono aggregato ad un convoglio di "Time for Peace", che sotto la protezione di forze europee, doveva portare generi alimentari sul posto. Sono stato lì meno di due giorni ma ho scattato più di 1000 fotografie. Quando hai così poco tempo devi fotografare tutto. Non c'è tempo per scegliere. Così scatti e selezioni dopo. Altrimenti potresti perdere qualcosa di importante"
L'anno dopo era a Cuba per un altro reportage che è stato poi mostrato a Palazzo Ducale.
"Per presentare alcuni di questi lavori, mi dice, ho scelto uno stile diverso, quello dei collage fotografici. Quello che faccio è selezionare un insieme di fotografie accomunate dai colori, dalla tonalità o dal soggetto. Poi le colloco tutte su un unico tabellone e le presento così. Penso possa dare maggior completezza al mio lavoro e rendere al meglio l'idea della varietà di eventi, paesaggi, situazioni"
In effetti il risultato è straordinario e mi ha subito colpito. Direi quasi ipnotico. Ogni tavola, oltre a risultare artistica nell'insieme per il sapiente accostamento di forme e colori, necessita un'analisi ravvicinata per cogliere i particolari.
E questo lo stile che ha utilizzato per presentare il suo ultimo reportage e Pechino, poi adottato anche per immortalare alcune città italiane tra cui Genova e Venezia.
Non ha progetti precisi sul futuro ma non sembra avere rimpianti. Quando sto per andare via però mi dice "Forse se avessi scelto di fotografare qualche ragazza o lavorare per la pubblicità avrei guadagnato di più. Da giovane ho lavorato a Milano per qualche tempo e penso che sarei potuto entrare in questo settore. Ma là non mi trovavo, a cominciare dal clima. Anche questa esperienza ha contribuito a mettermi su un altra via"
Sopra:
una foto di Bergami scattata e genova durante l'alluvione del 1970.