Nell'attimo di un lampo (plauso ai tecnici), compaiono sul palco i Marlene: dopo la dipartita di Dan Solo, il basso viene amichevolmente curato da Gianni Maroccolo. La doppia anima della formazione piemontese emerge limpida dalla scaletta: brani carezzevoli come seta, spesso dolcemente cupi (Ineluttabile, Bellezza, Nuotando nell'aria) si alternano a scariche violente e acide (Festa mesta, A fior di pelle, Merry X-mas). Godano disarma e poi infiamma la platea con un'irruenza che farebbe impallidire la Linda Blair de L'esorcista. Chiusura degna e viscerale, come da copione, con Sonica.
La scena sterza in maniera inaspettata: rappresentano il classico coniglio dal cilindro. Violino, fisarmonica, violoncello, chitarra acustica. Ma, soprattutto, il pianoforte a coda e la voce androgina di Anthony, figlioccio d'arte di Lou Reed.
Un'esibizione deliziosa: un trillo adamantino al chiaro di luna. La sua ugola, così versatile, richiama alla mente il Jeff Buckley di Lilac wine e i virtuosismi vocali di Brian Ferry. Hope there's someone, You are my sister, The lake: non esagero nel dire che in quei brani, quasi sussurrati, c'è puro fascino.
Ben altra atmosfera, giustamente, durante l'esibizione degli Afterhours: Manuel sembra agguerrito come un vichingo, nei suoi pantaloni di pelle. Gli archi di Dario Ciffo pulsano iracondi come non mai. Già al secondo brano (Sui giovani d'oggi ci scatarro su), dedicato in maniera poco lusinghiera (e spero, perciò, ironica) ai presenti, la folla smania, premendo pericolosamente sulle transenne. Rapace, Veleno, Quello che non c'è, Dea, Strategie, Plastilina: tanti brani di repertorio. Ma non tralasciano le Ballate per piccole iene(La sottile linea bianca, Il sangue di Giuda), fino ad una sorprendente versione di Non sono immaginario. Adrenalina pura.
Dopo un lancio ripetuto di plettri in omaggio al pubblico invasato, e dopo aver negato platealmente Dentro Marilyn, gli After lasciano il posto ai genovesi Port Royale: collocazione voluta dagli stessi, ma assolutamente infelice, vista l'ora (due ore dopo la mezzanotte). Tanta fortuna ai giovanotti, scritturati da una casa di produzione inglese, ma quasi nove ore di concerti proverebbero chiunque.
Abbandono, stanca ma soddisfatta. Emozioni ancora una volta intense.
Alla prossima, GoaBoa.