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Spettacoli
Careddu Bertela - Holy Day
 

Mises en espace, ultimo atto

 
Un cast eccellente su un testo forte. Fra tensioni razziali, questioni di giustizia e fede, "Holy Day" presenta l'umana specie. Fino all'11
 
   

     
08 giugno 2005
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mentelocale di
Laura
Santini
   
Cominciamo dalla fine.
Applausi, applausi e applausi per 20 minuti buoni.
Un finale scontato a teatro? No, non ieri sera, martedì 7 giugno in occasione della prima della mises en espace del testo Holy Day di Andrew Bovell, in scena al Teatro Duse fino a sabato 11 giugno.

Un cast giovane e super giovane, guidato da Marco Sciaccaluga, ci racconta la terra dei dannati com'era l'Australia a metà del XIX secolo - e prima l'America - quando i bianchi, spesso ex-galeotti, vi approdavano espulsi dall'Inghilterra per cercare fortuna a spese degli indigeni. Sarà Bertelà, l'unica attrice professionista, parla dello spettacolo in termini entusiastici come di un'esperienza altamente formativa. «È uno spettacolo privo di claustrofobia, di vincoli manieristici, di desideri verso risultati predefiniti, si occupa di raccontare questa storia nella maggior ampiezza possibile. Storia che potrebbe essere applicata all'Africa, alla nostra Europa; storia che parla di tolleranza, di giustizia, di vita vissuta in situazioni estreme».

Il testo di Bovell, nella traduzione di Pietro Bontempo, propone un intreccio abbastanza intenso nell'ambito di una piccolissima comunità, situata in un vasto territorio, in gran parte desertico. Al confine del mondo un temporale annuncia uno sterminio. È l'apoteosi della tensione razziale che sfocia nel massacro di una comunità di neri, capro espiatorio di tutte le nefandezze vere o presunte che accadono sul territorio e di cui in larga parte sono responsabili i bianchi. Con una pennellata di cerone nero o bianco gli interpreti entrano in scena dalla platea presentando il loro ruolo insieme al colore della loro pelle: un inizio simbolico, preambolo sintetico all'intera vicenda.

Gli attori, a parte Sara, tutti allievi che concludono quest'anno la Scuola di Recitazione del Teatro Stabile, reagiscono ottimamente e con cifre altamente individuali ai diversi ruoli tra mattoni, tavole e qualche secchio, per una scena che è il non plus ultra della semplicità, icona di un mondo ancora da costruire, cantiere di una civiltà futura. Fiorenza Pieri impersona Obbedienza, una giovane mulatta - adottata dalla bianca Nora (Sara Bertelà), prostituta e locandiera - né donna né bambina, con una giusta dose di fremente freschezza, impellenza, anche fisica, a farsi una propria idea del mondo, al di là di quello che dicono gli adulti. La parte della moglie del missionario, la signora Wilkes, è resa in scena con estrema efficacia da Stefania Pascali, che riesce a passare con rapidità dalla freddezza, all'atto di fede, all'essere in preda alla scossa di una profonda sconfitta personale, umana e di missionaria.

Una riuscita corale, un successo ricco di tutte le sfumature che ognuno ha saputo apportare al testo. Unica ed emblematica, allo stesso tempo, la scena in cui Wakefield (Daniele Gatti) - l'uomo bianco che cerca un compromesso civile e di convivenza con i neri - accoglie la signora Wilkes nella sua casa, a patto di non conoscere la verità sulla fine della sua neonata rapita. La necessità di un silenzio su una verità impossibile da ricostruire in un mondo che non ha macerie, né tracce, tantomeno indizi su come e perché deve essere.

Un sentito complimento va al lavoro di regia di Sciaccaluga, confermato per altro dalle parole di Sara Bertelà: «Marco è una vera guida, un regista come può esserlo Peter Brook con i suoi attori: ha pazienza, è ricettivo sulle proposte, è un maestro che sa insegnare. Sa quello che non vuole. E quello che vuole lo mette a fuoco insieme agli attori. Ci ha, ripetutamente, portato esempi contemporanei, ha sottolinato spesso il nostro privilegio - stare in aula a discutere di un testo - mentre da qualche altra parte qualcuno muore per noi, per il nostro privilegio. Ha la pazienza di aspettare e in queste situazioni, con le mises en espace, da il meglio di sé. Forse è in un particolare momento di chiarezza creativa e di maturità personale».

E qualcuno uscendo dice: "Questo teatro informale è meglio di quello ufficiale". C'è da crederci e da non perderselo.


Nelle immagini, alcuni momenti dello spettacolo
 
 
 
 
 
 
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