Chiudiamo la nostra carrellata su Genova Capitale Europea della Cultura con
Enrico da Molo, amministratore delegato della società 2004. Per un anno l'abbiamo visto correre di qua e di là, l'abbiamo incontrato in mille conferenze stampa, mangiava a tempo di record giù al ristorante e poi si fiondava al quinto piano di Palazzo Ducale (senza ascensore) ancora col panino in gola.
Adesso negli uffici di Genova 2004 c'è aria di smobilitazione, passo accanto a molte scrivanie vuote mentre lo raggiungo nella sua postazione.
Allora, com'è andato questo 2004?
«Direi in maniera molto soddisfacente».
Obbiettivi raggiunti?
«Senz'altro. Gli obbiettivi erano sostanzialmente due: ridefinire l'identità culturale della città e attrarre attenzioni positive su Genova. Su questo secondo punto posso dare delle cifre: sui quotidiani abbiamo monitorato una media di 27 articoli al giorno che parlavano del 2004. E di questi almeno una quindicina erano di giornali non locali, nazionali e internazionali: quindici articoli al giorno per 365 giorni all'anno... basta fare i calcoli, ad ogni modo mi pare un'indicazione importante».
In effetti quest'anno per le strade si sono visti molti più turisti.
«I turisti ci fanno piacere perché dimostrano che abbiamo imboccato la strada giusta. Li abbiamo intervistati e pressoché tutti hanno trovato una città con molte qualità, bella, vivibile, accogliente».
E per quanto riguarda l'identità cittadina?
«Genova ha riscoperto la propria vocazione culturale. C'è un patrimonio condiviso che si aggrega intorno ad alcuni temi forti: la scienza, l'architettura, il mare, il barocco...».
I soldi sono bastati?
«Ci tengo a dire che fra tutte le Capitali Europee della Cultura noi siamo fra quelli che hanno speso meno. E soprattutto abbiamo speso in maniera assennata, rispettando il budget fino all'ultimo centesimo. Fra l'altro ci tengo a sottolineare che il 37% delle risorse è arrivato da sponsor privati: si è creata una credibilità che potremo spendere anche nei prossimi anni».
Fra le cose che sono andate meglio, quali ci indica?
«I visitatori: ce ne aspettavamo due milioni, ne è arrivato mezzo milione in più. Qualitativamente alcune iniziative sono andate al di là delle previsioni, penso alla mostra su
Rubens e al
Museo del Mare».
E chi rimandiamo a settembre?
«Il sistema di accoglienza turistica: poco web, punti d'informazione non chiarissimi, gli orari d'apertura degli esercizi commerciali. Ma cambiare questo atteggiamento non era e non è una sfida facile. E nel futuro forse sarà ancora più difficile».
Fra le iniziative?
«Non voglio fare nomi, naturalmente, però certo se ci fosse stato qualche evento in meno non sarebbe stato male. Avremmo potuto essere ancora più selettivi ed incisivi, ma abbiamo tenuto le maglie larghe perché era un modo di coinvolgere tutta la città».
Genova del Saper Fare era una mostra bellissima ma ha avuto poco successo...
«Purtroppo è rimasta schiacciata in un periodo poco adatto, e anche il luogo poco noto non ha aiutato».
L'estate è forse rimasta un po' vuota.
«Ripeto, è un atteggiamento generale dell'accoglienza genovese. Considerare agosto come il mese in cui la gente non c'è è sbagliato».
Come risponde ad una delle critiche che si sono spesso levate verso il programma, la scarsa presenza del contemporaneo?
«Che ci siamo sforzati al massimo. Oltre alla
mostra di Celant ci sono state tantissime iniziative a
Villa Croce,
MeDesign, gli
architetti di 7x70... Certo, bisogna capirci: io penso che l'arte contemporanea sia marginale nella vita culturale di un cittadino normale, ripeto, normale. Ad esempio sono molto più importanti la musica e il teatro, ed anche loro fanno parte della contemporaneità... La
Fura dels Baus è contemporanea? Accipicchia se lo è!».
Rimpianti?
«Non aver potuto lottare troppo per aver voce in capitolo sul futuro del 2004: sa come rispondono, "ora facciamo, poi vedremo"».
L'eredità migliore?
«Ora la città è dotata di strutture d'alto livello, moderne. Le strade ed i palazzi sono risistemati, il centro storico ha vissuto un grande cambiamento. A dimostrazione che questa città qualche volta le sfide le sa vincere, le opportunità le sa cogliere».
Spunti per il futuro?
«Puntare sulla politica dei grandi eventi, che ripaga sotto tutti i punti di vista. Eventi che devono essere collegati al patrimonio permanente della città e saperne esprimere il
genius loci e le eccellenze, a costo di puntare ancora sul Seicento. D'altronde non vedo che bisogno c'è di dire basta, se funziona: anche a Treviso hanno fatto per quattro anni le stesse cose».
Comunque ripetiamolo, bilancio positivo.
«Estremamente positivo, molto di più di quanto ci aspettassimo».
Ci sarà un Comitato 2005 per continuare questa felice esperienza?
«Non lo so... saremmo ancora in tempo, ma...».